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domenica 17 novembre 2019

L’eliminazione di al-Baghdadi, togliere di mezzo un testimone imbarazzante

David Macilwain, AHTribune 12 novembre 2019
Dopo il presunto raid nordamericano e la distruzione di una casa nel nord-ovest della Siria, il 28 ottobre, dove il presunto capo dello SIIL viveva, passai del tempo ad analizzare fotografie e immagini satellitari del sito. Mentre il focus principale del commento e scetticismo era sul fatto che Abu Baqr al-Baghdadi fosse davvero morto, nel modo così graficamente e poeticamente descritto da Donald Trump, le incoerenze e peculiarità su esistenza e distruzione della casa passarono in gran parte inosservate. E ce n’erano molti! Il primo rapporto di al-Jazeera, che aveva un corrispondente locale che camminava sul luogo bombardato la mattina seguente, identificò convenientemente la posizione vicino al villaggio di Barisha con uno “zoom” della mappa satellitare di Google, e la mappa visualizzata dal suo articolo erano la stessa di quella emersa quando la trovai con una ricerca il 30 ottobre. All’epoca inspiegabilmente la casa sembrava essere già stata distrutta! Forse questo confuse anche al-Jazeera, poiché avevano identificato una delle case vicine come “sospetto villino” dell’attacco, nonostante fosse chiaramente visibile nel seguente video di Aladin Yusif. Questo prima che il Pentagono rilasciasse i video dei droni dell’operazione e del successivo attacco aereo, e prima che spazzini e terroristi locali rimuovessero i detriti e alterassero l’aspetto del sito. C’erano due possibilità per spiegare l’immagine satellitare aberrante di Google, che mostrava un edificio parzialmente costruito o distrutto, nonché ciò che sembrava un grande cratere. L’immagine accreditata dalla Maxar Technologies del 2019 potrebbe aver preceduto la costruzione della casa, o post-datata la distruzione, con quest’ultima opzione che ovviamente smentiva le affermazioni statunitensi di aver da poco avviato l’operazione e che al-Baghdadi vi era arrivato solo di recente.
Vista la comparsa del sito bombardato e la storia non convincente e mutevole della Casa Bianca, decisi d’indagare su questa “cospirazione”, postulando che la casa mostrata in altre immagini satellitari su media e video del Pentagono fu presa di mira mesi prima e il sito fu poi coperto con cemento e pietre spezzate. Esaminare i dettagli in altre aree della Siria dimostrava che l’attuale foto satellitare di Google fu scattata dalla metà del 2017 e ipotizzai che la casa dovesse essere più vecchia. Presupposto sbagliato! Per presentare questa affermazione controversa, notai che una delle immagini satellitari utilizzate dai media, che mostravano la casa di Abu Muhamad al-Halabi mostrava anche le fondamenta di una nuova casa nelle vicinanze e che non appariva nell’immagine attualmente disponibile su Google Maps. Articoli da diverse fonti mediatiche avevano varie volte affermato che al-Halabi, un capo del gruppo terroristico Huras al-Din, aveva acquistato la casa due anni prima, o l’aveva venduta, o che fu costruita solo due anni prima. Solo a quel punto scoprì che le immagini satellitari “storiche” possono essere visualizzate su Google Earth, ma solo sulla versione desktop e non su Google Chrome. Di seguito è riportato un insieme di immagini del 2016, quando nessuno degli edifici attuali era presente, l’ultimo disponibile risaliva a settembre 2018, quando la casa di al-Halabi era stata di recente completata. L’immagine satellitare attuale su Google risale al gennaio 2018, quando vennero effettuati scavi e preparativi. In basso a destra un’immagine dall’articolo dell’Independent del 28 ottobre, fornito da Maxar, ma curiosamente stampato sottosopra, come le immagini mostrate in altri articoli dei media mainstream. Le fondamenta di una nuova casa non visibili nell’immagine da settembre 2018, di cui le mura sembravano completate nelle foto attuali, suggerivano che l’immagine dell’Independent era della metà del 2019.

  • (Immagini satellitari dal 2016 al 2019, Barisha ovest)
Su al-Jazeera, Yusif affermava che la casa era di proprietà di Abu Mohamad al-Halabi (“Aleppino”), ma che “non era il bersaglio”. Ciò implica che fosse stato l’obiettivo, per una buona ragione; al-Halabi aveva una lunga e dubbia storia di associazione con Huras al-Din, gruppo salafista strettamente alleato allo SIIL, e uno che gli Stati Uniti affermano di aver preso di mira. Negli ultimi mesi gli Stati Uniti lanciarono una serie di attacchi nella Siria occidentale contro i membri di Huras al-Din, incluso uno su una città non lontana da Barisha. Abu Muhamad al-Halabi, dal nome di guerra Muhamad Salama, noto ad Aleppo come “commerciante e contrabbandiere”, era anche noto come combattente e capo nel 2014, quando Liz Sly del Washington Post scrisse delle sue attività presso il valico di frontiera turco di Azaz e della sua fedeltà ad al-Qaida. Al tempo gruppi armati rivali combatterono per il controllo di questo importante punto, la via di rifornimento principale per Aleppo “occupata dai ribelli”. Il testo di Bel Trew dell’Independent forniva anche molti dettagli su circostanze e natura della relazione di Muhamad al.Halabi con Baghdadi, che sembra possibile ma non può essere verificato. Ancora più importante era il grado di cooperazione tra l’intelligence turca e tali gruppi estremisti, indicato dall’evidente libertà con cui i combattenti potevano oltrepassare il valico di frontiera di Azaz, ma anche di Bab al-Hawa, che per coincidenza era molto vicino a dove al-Halabi costruì la sua casa l’anno scorso. In un’occasione particolarmente notevole, alla fine del 2016, la Turchia permise il trasporto su autobus dei combattenti di al-Qaida dalla Siria a Bab al-Hawa e di nuovo da Azaz, dove aver supportato i terroristi assediati ad Aleppo est.
* (Casa di Halabi perima dell’attacco del Pentagono.)
Il sostegno della Turchia ai vari gruppi armati nella Siria del nord-ovest non è un segreto, né la vecchia collaborazione cogli Stati Uniti nel fungere da porto per combattenti e armi dal Nord Africa e altrove. Per non parlare della lunga cooperazione segreta con lo SIIL nel traffico di petrolio dalla Siria orientale. Quindi potremmo salutare con un certo scetticismo l’annuncio di Erdogan secondo cui diversi membri della famiglia di Abu Baqr al Baghdadi furono arrestati ad Azaz. Ci si chiede se potessero avervi vissuto quando lo SIIL occupò quella parte del confine turco alla fine del 2013! Mentre tale storica collaborazione tra Turchia e Stati Uniti/CIA nell’assistere gruppi terroristici in Siria, tra cui al-Qaida e SIIL, che apparirebbe al momento vacillare sulla questione curda, la loro collaborazione sarà stata ancor più in profondità e un’operazione congiunta per “uccidere Baghdadi” va considerato possibile. Ma come con Bin Ladin, l’obiettivo di uccidere il capo del gruppo terroristico non era perché presentasse ulteriori pericoli; confessarne la morte avrebbe raggiunto gli stessi obiettivi, che vano visti come opposti a ciò che appaiono; piuttosto che siglare la fine del califfato di Baghdadi, gli permettono di rinascere con un capo e una forma diversi. Proprio come al-Qaida doveva morire in modo che lo SIIL nascesse dalle sue ceneri, così lo SIIIL di Baghdadi doveva morire in modo che la sua sostituzione, anche con lo stesso nome, potesse dare il cavallo di Troia necessario per rinnovare le guerra contro l’Iran. La menzione del gruppo “Khorasan” in questo contesto è preoccupante, poiché Khorasan è una regione a nord-est di Teheran da dove si presume che i suoi capi provengano. Avendo così fornito una logica per inscenare l’attacco per uccidere Baghdadi, il cui tempismo e obiettivo reale non erano di primaria importanza, si osservi senza pregiudizio le immagini della casa distrutta di al-Halabi. Immediatamente si può vedere che il sito NON assomiglia a quello di una casa bombardata la notte precedente. In effetti, non assomiglia affatto al sito di una casa bombardata!
* (Due case bombardate a Idlib).
Una delle cose che viene in mente dalle innumerevoli immagini di edifici bombardati in Siria visti negli ultimi otto anni è la persistenza di lastre di cemento armato, come quelle che avrebbero formato il tetto della casa di al-Halabi. L’assenza di tali lastre o frammenti visibili del tetto è notevole di per sé. Invece, nella zona in cui si trovava la casa c’era ciò che sembrava un cumulo di materiale polverizzato, circondato da pile di macerie. Uno studio approfondito e un confronto delle immagini dei resti della casa di Muhamad al-Halabi, pubblicati su vari media il 29 e 30 ottobre, rivelano alcune caratteristiche sorprendentemente aberranti che rendono impossibile credere al Pentagono e alla pretesa della Casa Bianca che l’attacco fu effettuato la notte precedente. Nelle immagini sotto cerchiavo due pile di pietre e macerie di cemento che non sembrano provenire dalla casa, a seguito dell’esplosione nell’attacco aereo nordamericano. Mentre l’esplosione sembra aver abbattuto abbastanza chiaramente il muro perimetrale dei lati sud e ovest, semplicemente non c’è alcuna spiegazione per la presenza di un grande tumulo di macerie nell’angolo sud-ovest del complesso, contrassegnato con ‘1’. Se la sua origine era la casa di al-Halabi, allora vi fu spinto con macchinari pesanti.
* (Vista est e ovest della casa di Halabi)
Il secondo cumulo di macerie segnato proverebbe dal garage accanto alle porte nel complesso, le cui lastre angolari del tetto spezzato possono essere notate, ma sul lato della casa dove si trovava l’edificio, e accanto a un piccolo ma integro ulivo. Al contrario, ci sono resti carbonizzati di due edifici più piccoli sul lato est che appaiono recenti, così come una vasta area di ulivi anneriti che si estende a nord del complesso verso una casa vicina. Nelle prime notizie sui bombardamenti, venivano mostrati video traemolanti di un incendio e alcune piccole esplosioni ripresi dal villaggio Barisha, e si potrebbe supporre che ne fossero il risultato. La posizione esatta di tali cumuli di macerie rispetto alla casa può essere notata nell’immagine seguente, dove ho allineato e sovrapposto le pareti del villino visibile nell’immagine del drone del Pentagono dalla linea delle pareti ancora chiaramente visibile in un’immagine del sito presa dopo l’annuncio del bombardamento. L’immagine del Pentagono precedete immediatamente il bombardamento dell’edificio, colpito per primo nel punto indicato da una croce viola, verso l’angolo sud-ovest del tetto.
* (Vista dal drone della casa sovrapposta)
Altre caratteristiche visibili più chiaramente in questa foto sono il piccolo camion, che sembra essere stato spinto verso il muro e dietro il mucchio di macerie “1”, e i contorni del seminterrato o dell’entrata del “tunnel”, sotto la sezione della torre dell’edificio e lo spiazzo circolare di fronte. Come avviene spesso quando si fanno affermazioni false, basta demolire un caso chiaramente osservabile per demolire l’intera questione; se un carico ribaltabile di macerie è dove non dovrebbe essere, perché non l’intero sito? E perché non l’intera storia? Mi viene in mente la parola “insabbiamento” e ci vorrà più di qualche camion di macerie di cemento per coprire i crimini commessi dagli alleati occidentali e dai loro agenti in Siria.
Traduzione di Alessandro Lattanzio

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