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mercoledì 19 settembre 2018

La deputata del PD Carla Cantone fa il malocchio al governo.E non dite che non ve l'aveva detto...


Nomi, finanziatori e intrighi. Ecco tutti i segreti delle navi Ong





Da Soros al tifoso di Hillary Clinton, ecco dove prendono i soldi e come li spendono le Ong che portano migranti in Italia

di 


Medici Senza Frontiere

Partiamo dalle associazioni più grandi. In cima alla lista va messa ovviamente Medici Senza Frontiere, che nel 2016 poteva contare su tre navi: la Dignity I, la Bourbon Argos e Aquarius. Oggi è rimasta attiva solo la Aquarius, a cui però è stato affiancato il nuovo acquisto "Prudence", un'imbarcazione commerciale da 75 metri e 1000 posti a bordo. Un gigante del salvataggio.
Niente da ridire sulle attività che Msf porta avanti nel mondo. Anzi. Fa però sorridere il fatto che tra i suoi fondatori compaia Bernard Kouchner, medico francese che ha visto più palazzi della politica che sale operatorie. Dal 2007 al 2010 infatti è stato ministro degli Affari Esteri da Nicolas Sarkozy, ovvero di quel governo che nel 2011 ha bombardato Muhammad Gheddafi e trasformato la Libia nel porto senza regole da cui oggi partono i barconi carichi di immigrati.
E così, in qualche modo, persone collegate a Msf erano di casa in istituzioni che sono state la causa della crisi migratoria. Oggi l'associazione per salvare stranieri dalle bagnarole sostiene spese ingenti, ma i fondi non sembrano essere un problema. Nel 2016 ha raccolto 38 milioni di euro grazie al contributo di 319.496 donatori, 9,7 milioni di euro dal 5x1000 (di cui 1,5 andati per la nave Bourbon Argos) e 3,3 milioni da aziende e fondazioni. Tra queste chi appare? La Open Society Foundation di George Soros, il magnate ungherese col vizio del buonismo e delle frontiere aperte. Peraltro, la Open Society e Msf sono soliti scambiarsi collaboratori come se facessero le cose in famiglia. Un esempio? Marine Buissonnière, per 12 anni dipendente Msf, poi direttrice del programma per la Sanità pubblica di Soros e ora di nuovo consulente per le migrazioni della Ong.

Save The Children

Guarda caso, Soros ha finanziato (anche se per altre iniziative) pure un’altra organizzazione attivissima nel recupero clandestini: Save The Children. La nota associazione internazionale ha nel suo parco navi la Vos Hestia, un’imbarcazione da 62metri, che batte bandiera italiana e si avvale di due gommoni di salvataggio. I soldi? No problem: nel 2015 a bilancio sono segnati 80,4 milioni di euro di incassi.

Proactiva Open Arms

Un anno fa a gestire il famoso peschereccio Golfo Azzurro“beccato” dai radar a raccogliere stranieri vicino alle coste libiche, ci pensava l’olandese Life Boat Refugee Foundation. Da inizio 2017 la fondazione non organizza più salvataggi in mare, ma la Golfo Azzurro continua la sua opera al servizio della Ong spagnola Proactiva Open Arms, che una volta usava il vascello di lusso Astral donato dal milionario italiano Livio Lo Monaco. Per le loro navi gli spagnoli spendono 1,4 milioni di euro, di cui il 95% usati per le azioni di salvataggio (700mila euro al largo della Libia e 700mila euro a Lesbo) e il restante 5% in strutture, comunicazione e via dicendo. L’incasso però è più alto, con una raccolta fondi che supera i 2,1 milioni di euro. Secondo il direttore Oscar Camps, la Golfo Azzurro può ospitare 400 persone a bordo e un giorno di navigazione costa "solo" 5mila euro.

SOS Mediterranée

Spende invece almeno il doppio la Ong italo-franco-tedesca Sos Mediterranée, fondata dall’ex ammiraglio Klaus Vogel. Per sostenere 24 ore di mare, alla Acquarius servono circa 11mila euro. E se desiderate fare una donazione sappiate che con 30 euro si riesce a mettere in mare per un’oretta solo la lancia di salvataggio. Tra i soci fondatori compare il Cospe, una Onlus italiana dedita all'immigrazione e che (oltre a fondi pubblici) ha ricevuto 46mila euro dalla solita Open Society di Soros.

Sea Watch Foundation

Il mistero dei costi si infittisce osservando le attività della Sea Watch Foundation. Nel 2014 Harald Höppner investe con un socio 60.000€ nell’acquisto di un vecchio peschereccio olandese. Oggi vanta attrezzature di tutto rispetto: oltre alle due unità navali (una battente bandiera olandese e l’altra neozelandese), a breve dovrebbe essere operativo il “Sea Watch Air”, un aereo col compito di pattugliare dall'alto il Mediterraneo. Da dove vengono i soldi? Non è dato sapere.

Life Boat

Sia Sea Watch che la sorella Life Boat condividono una curiosità interessante. Tra i loro partner spicca la Fc St. Pauli, una società sportiva di Amburgo più famosa per sposare cause buoniste che per meriti calcistici. Per dirne una, è stata la prima squadra a vietare l’ingresso allo stadio ai tifosi di destra. Altro che accoglienza. La base operativa sarebbe a Malta, ma l’equipaggio della Minden sembra preferire i porti italiani per “scaricare” i migranti. Solitamente effettuano missioni da 10 giorni per 24 ore di navigazione e il costo giornaliero del carburante ruota attorno ai 25 euro. Sulla piattaforma betterplace.org sono riusciti a raccogliere 6mila euro per radar e comunicazioni satellitari, 7.500 euro per comprare un gommone di salvataggio e 12 mila euro per il combustibile. Troppi pochi per gestire così tante missioni. Gli altri da dove arrivano? Lecito chiederselo, visto che a breve dovrà comprare una barca tutta sua e per ora i generosi sostenitori hanno versato solo 1.800 euro.

Sea-Eye e Jugend Rettet

All’appello delle cinque Ong tedesche mancano la Sea-Eye e la Jugend Rettet. La prima è stata fondata nel 2015 da Michael Buschheuer, conta circa 200 volontari e sul sito è scritto che gli bastano 1.000 euro per pagare un’intera giornata alla ricerca di clandestini. Si avvale dei pescherecci Sea-Eye e Sea Fox. La seconda invece è formata da un gruppo di ragazzi che per 100mila euro ha comprato il peschereccio Iuventa. Ogni missione in mare costa circa 40 mila euro al mese e viene finanziata con donazioni private. La loro raccolta fondi funziona molto bene, visto che da ottobre 2016 ad oggi hanno racimolato 166.232 euro.

Moas

Il caso più curioso è però quello della Migrant Offshore Aid Station, associazione maltese con due imbarcazioni (Phoenix e Topaz responder), diversi gommoni Rhib e alcuni droni. Moas è stata fondata nel 2013 da due imprenditori italo-americani, Christopher e Regina Catambrone, diventati milionari grazie alla Tangiers Group, agenzia assicurativa specializzata in “assistenza nelle emergenze e servizi di intelligence”. Tra i vari (e ricchi) partner, ha ricevuto 500mila euro da Avaaz.org, cioè la società riconducibile a Moveon.orgche a sua volta fa capo all'onnipresente George Soros. Non è tutto. Perché Christopher appare tra i finanziatori (416mila dollari) di Hillary Clinton durante l’ultima deludente campagna elettorale e negli anni si è contornato di personaggi a dir poco particolari. Nel circolo di amici appare tal Robert Young Pelton, proprietario di un’azienda (Dpx) che produce coltelli da guerra. Esatto: armi bianche già testate in zone di conflitto come Afghanistam Somalia, Iraq e Birmania. Non basta? Fino a giugno 2016 il direttore era Martin Xuereb, in passato Capo della Difesa dell'Esercito maltese. Infine, una seggiola del Consiglio di Moas è riservata a Ian Ruggier, ex ufficiale maltese famoso per aver represso con la violenza le proteste dei migranti ospitati sull’isola. Strano, no? Professano accoglienza e poi usano il pugno duro. Oltre ad avere alcuni lati oscuri, pare che lo Ong pecchino anche di coerenza.
fonte http://www.ilgiornale.it/news/politica/nomi-finanziatori-e-intrighi-ecco-tutti-i-segreti-delle-navi-1388158.html#/comunali/tempo-reale/1

martedì 18 settembre 2018

La politica per conto terzi


Dopo l’Ungheria perchè Cipro viene minacciata di applicazione dell’art. 7? Il motivo non vi piacerà..

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Questa settiman il parlamento Europeo ha approvato l’applicazione dll’art 7 del TFEU all’Ungheria. Per chi non lo sapesse questa norma prevede la sospensione dei diritti , ma non degli obblighi, di uno stato membro, decisione che però richiede anche l’approvazione del Consiglio d’Europa all’unanimità, risultando quindi politicamente rilevante, ma difficilmente produttiva di effetti pratici. Ad esempio nel caso dell’Ungheria la Polonia ha già affermato che porrà il veto in sede di Consiglio.
Ora ad essere minacciata di applicazione di questo articolo è Cipro, come si può vedere da questa lettera inviata e controfirmata da quattro deputati del Parlamento Europeo. Tutto è legato alla figura di Bill Browder, gestore di fondi impegnati negli investimenti nelle privatizzazioni in Russia negli anni 90, amici inizialmente di Putin ma successivamente suo avversario e quindi sotto inchiesta in Russia con l’accusa di evasione fiscale e corruzione. Il suo legale/contabile, Serghej Magnitsky fu arrestato e morì prima del processo. Un patologo di Oxford stabilì che le cause furono naturali, anche se aggravate dalla prigionia, ma ne seguirono sanzioni occidentali e controsanzioni russe.
Ora il cuore della questione è semplice:
  • Putin ha affermato a Finlandia, incontrando Trump, che Browder ha finanziato con ben 400 milioni di dollari la Fondazione Clinton. La cifra è legittima considerando che per diversi anni è stato azionista Gazprom;
  • la Russia ha inviato un rogatoria a Cipro per poter seguire i denari di Browder;
  • quattro deputati europei hanno minacciato Cipro di applicazione dell’articolo 7 se verrà dato seguito a questa richiesta della giustizia russa;
  • i quattro deputati sono, casualmente, nella lista dei 226 membri del parlamento europeo in contatto o influenzati dalla Open Society di Soros.
Quindi per una questione complicata , che vede collegati le elezioni USA 2016, grosse speculazioni, l Russia, Soros etc. Come vedete dietro le minacce di applicazione dell’articolo 7 non c’è mai un quadro puro e trasparente, ma sempre c’è qualcosa di strano, di contorto, di sporco, che impedisce di capire dove sia la ragione e dove il torto.
Quindi attenti all’art 7, del TFEU, perchè è troppo facile abusarne al Parlamento euorpeo, soprattutto quando c’è un superlobbista alle spalle.
fonte https://scenarieconomici.it/dopo-lungheria-perche-cipro-viene-minacciata-di-applicazione-dellart-7-il-motivo-non-vi-piacera/


Magaldi: i gialloverdi scelgano, Tria (e Draghi) o gli italiani


Draghi e Tria



«Il massone Giovanni Tria scelga chi servire: il popolo italiano o l’élite neoliberista incarnata dal pessimo Mario Draghi, il demolitore dell’Italia, che ora si complimenta con lui». Non usa mezzi termini, Gioele Magaldi, nel sollecitare il governo gialloverde a diffidare dall’atteggiamento “frenante” del ministro dell’economia: «I gialloverdi avevano promesso agli elettori reddito di cittadinanza, meno tasse e pensioni dignitose. Se non manterranno la parola data saranno loro a pagare, non certo Tria e le altre figure tecniche dell’esecutivo». Dove trovare le coperture? Semplice: occorre sfondare il famoso tetto di spesa del 3%, stabilito da Maastricht in modo ideologico, senza alcun fondamento economico-scientifico: più deficit significa far volare il Pil e creare lavoro. «Si tratta di smascherare Bruxelles e ingaggiare una dura battaglia, in Europa: solo l’Italia può farlo. E se Tria “frena”, preferendo ascoltare Draghi, Visco e Mattarella, allora è meglio che Salvini e Di Maio lo licenzino, perché a pagare il conto alla fine saranno loro, per la gioia del redivivo Renzi, che infatti già accusa il governo gialloverde di parlare molto e combinare poco». La ricetta di Magaldi? «Non temere il ricatto dello spread e sfoderare con l’Unione Europea, per il bilancio 2019, la stessa fierezza mostrata da Salvini nel denunciare l’ipocrisia dell’Ue che lascia ricadere solo sull’Italia il problema degli sbarchi di migranti».
Durerà 5 anni anni, l’esecutivo gialloverde? Gli italiani innanzitutto si augurano che faccia le cose che ha promesso, in nome delle quali è stato legittimato, e che abbia anche una coerenza tra teoria e pratica, tra ragionamento e immaginazione, con capacità di concretizzare gli obiettivi. In tanti ricorderanno il recente exploit di Matteo Renzi, che fino a qualche anno fa sembrava l’enfant prodige della politicaitaliana, fino a ottenere un grande risultato alle europee portando il Pd al 40%. Io credo di esser stato tra i pochissimi, allora, a indicare la fumosità e il carattere del tutto aleatorio e inconsistente della traiettoria renziana. Molti, poi, a partire dal referendum del 2016 sono diventati antirenziani, quasi con la bava alla bocca: persone che avevano creduto in quella grande stagione annunciata da Renzi. Poi quel consenso si è dissolto, e oggi il Pd è ridotto al lumicino. Resto un sostenitore del governo gialloverde, perché ritengo che abbia iniziato un percorso di transizione verso la Terza Repubblica e perché credo che il centrodestra e il centrosinistra, così come li abbiamo conosciuti, sono definitivamente tramontati – ed è bene che siano tramontati, perché sono i responsabili di questi ultimi 25 anni di decadenza italiana. Ma, anziché porsi il problema della durata del governo Conte, sarebbe ora di chiedersi cosa farà davvero, perché finora si è limitato quasi solo alle chiacchiere.
Uno potrebbe dire: diamogli tempo, c’è una tempistica anche tecnica. Ma il problema è che da quello che viene configurato dal dicastero più importante (quello dell’economia) queste novità per le quali il popolo aveva premiato Lega e 5 Stelle ancora non si vedono, all’orizzonte. Si vede invece un traccheggiare, un tirare al ribasso. E si vede purtroppo una subalternità ai soliti diktat di Bruxelles, anziché la giusta fierezza che c’è stata nell’affrontare un aspetto del tema immigrazione (un aspetto, perché – a parte lo stop agli sbarchi indiscriminati – ancora il governo non ha spiegato che piano ha per il Mediterraneo per il Medio Oriente). Al di là della fierezza con la quale Salvini ha comunque posto il problema all’Europa– gestire collegialmente il tema migranti: una questione tuttora aperta e controversa – sul versante economico ci sono solo timidi balbettii. E sembra che alla fine ci si inchini ai paradigmi imperanti a Bruxelles e a Francoforte. E lo spauracchio dello spread non viene affrontato e smascherato per quello che è: cioè un vile ricatto, una sorta di vessazione sovranazionale organizzata. Perché allo spread si può mettere fine semplicemente, puntando politicamente sulla confezione di Eurobond o con altre modalità. Insomma, rispetto a questo, il governo mi sembra deficitario e balbettante, balbuziente. Di questo dovremo tenere conto, perché 5 anni di balbuzie non risolveranno i problemi italiani.
Giovanni Tria? E’ un massone, certo: uno dei tanti massoni presenti nella compagine di governo. Questa è una maggioranza “strana”: da un lato, nel “contratto di governo”, sostiene che non avrebbe ammesso massoni nel Consiglio dei Ministri e negli altri organi istituzionali di designazione governativa, ma poi invece – come già ebbi modo di annunciare – il Consiglio dei ministri è pieno di massoni: assoni “bene intenzionati”, apparentemente, cioè di segno progressista o moderato-progressista, certamente avversi a quei circuiti neo-aristocratici il cui campione sempiterno appare oggi in EuropaMario Draghi. Ma ce ne sono tantissimi di massoni neo-aristocratici, e alcuni – come Mario Monti – hanno già svolto opera di commissariamento per la decadenza dell’Italia. Un altro, Carlo Cottarelli, oggi – come opinionista – “vicaria” quello che è stato il ruolo di Monti e porta quelle stesse idee. Ce ne sono tantissimi, in giro, di massoni di quel tipo; ma in questo governo, invece, ci sono massoni di segno progressista, che dovrebbero aiutare ad uscire fuori dal paradigma dell’austerità e del neoliberismo.
Ecco, Giovanni Tria era uno di questi: uno di coloro il cui ruolo doveva essere quello di rassicurare formalmente il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che – a mio parere, attentando alla Costituzione – aveva messo un veto su una personalità come Paolo Savona al ministero dell’economia, senza nessuna giustificazione di tipo istituzionale ma con un ragionamento davvero eversivo e post-democratico, se non antidemocratico, in base al quale “i mercati” non avrebbero visto di buon occhio la nomina di Savona. Pur essendo un personaggio di grande spessore e anche di grande sobrietà e moderazione, Savona veniva visto come uno spauracchio, rispetto alla tenuta del solito paradigma che da decenni ammorba l’Italia e l’Europa, cioè il paradigma neoliberista – che diventa paradigma dell’austerità, in questi anni. Il nome di Tria, comunque, fu suggerito anche da Savona. Doveva avere questo ruolo: consentire a Mattarella di uscire dall’impasse anche istituzionale (si paventava la sua messa in stato di accusa perché il suo atto era stato grave). Tria più “rassicurante” di Savona, quindi, gradito anche personalmente dal “gran maestro” Mario Draghi e dal suo luogotenente Ignazio Visco, governatore di Bankitalia.
Ma lo stesso Tria, una volta garantita una rassicurazione formale, avrebbe dovuto procedere in modo simpatetico e coerente con quelle istanze (minime) del programma di governo della Lega e del Movimento 5 Stelle. Istanze che prevedevano e prevedono, ad esempio, un reddito di cittadinanza come preludio ad una serie di politiche volte a rendere l’occupazione piena e diffusa in modo capillare, a beneficio dei cittadini italiani. E soprattutto si prevedeva una drastica riduzione delle aliquote fiscali, anche senza arrivare alla flat Tax, quindi mantenendo una differenziazione delle aliquote in base ai redditi – comunque una drastica riduzione, che giovasse a professionisti e aziende, e ridesse fiato all’economia. Queste cose però comportano evidentemente dei costi. Se si rimane nel paradigma attuale, la canzone è sempre la stessa: non ci sono i soldi per poter attuare queste scelte, inclusa la revisione della legge Fornero e tante altre cose, annunciate sull’onda del disastro di Genova (si è parlato di un grandissimo piano di investimenti, di manutenzione e rifacimento di infrastrutture). Ecco, per fare queste cose ci vogliono denari pubblici. Soldi che, naturalmente, immessi nel circuito economico italiano, significano rivitalizzazione dell’economia. Vuol dire investire seriamente su un aumento del Pil, e quindi – in prospettiva – migliorare il rapporto tra deficit e Pil.
E questo in una interpretazione anche minimale, cioè anche senza contestare quella lezione (contestabilissima) secondo cui il rapporto debito-Pil è un male in sè (e non lo è affattato). Ma ripeto, anche a voler rimanere in una narrazione di quel tipo, ad uno Stato deve essere consentito quello che non è consentito ai privati, e cioè: poter aumentare il deficit, perché il deficit produrrà un incremento importantissimo del Pil. Si tratta di capovolgere, quindi, i parametri neoliberisti che predicano i tagli alla spesa. Questa era l’idea di base, nel programa del governo gialloverde, ma far questo significa mettere in discussione il pareggio di bilancio in Costituzione (che rappresenta un ulteriore peggioramento di quel tetto del 3% nel rapporto deficit-Pil stabilito dal Trattato di Maastricht). E per far questo bisogna affrontare una battaglia politica, in Europa. Una battaglia fiera, che denunci anche il ricatto permanente dello spread. Perché esiste una convivenza tra quelle forze finanziarie che chiaramente operano sul mercato dei titoli di Stato e che fanno innalzare i tassi di interesse dei titoli italiani. E quelle istituzioni sedicenti europee, ma in realtà antieuropeiste, hanno disgregato il sogno europeo: lo stanno distruggendo. E in questo quadro il ministro Tria cosa fa? Tria riceve l’altro giorno gli elogi di Mario Draghi. E allora, signori, c’è qualcosa che non va, nel governo, se qualcuno riceve gli elogi di Mario Draghi, che è il principale burattinaio in una collegialità di grandi burattinai che operano in Europae nel mondo verso certe finalità.
Vuol dire che Tria è il ministro sbagliato: non si può servire due padroni. O si serve il popolo sovrano, si lavora al servizio del popolo italiano e dei suoi interessi, oppure si servono gli interessi oligarchici e post-democratici e rappresentati da personaggi come Mario Draghi, a capo di una Banca Centrale Europea che non risponde a nessun poterepolitico democraticamente eletto ma che pretende di dettar legge ai governi democraticamente eletti. Se Tria è elogiato da Draghi, allora non ci siamo. E noi, come Movimento Roosevelt e come massoni progressisti, dovremo chieder conto a Tria del suo operato. Perché allora la sua non è una tattica: Tria sta effettivamente frenando la possibilità che questo governo riesca a onorare le promesse fatte, al punto da fare il gioco di chi, come il redivivo e velleitario Renzi, ora dice “ecco, questi cialtroni che promettevano tanto non hanno fatto niente, io almeno avevo dato l’obolo degli 80 euro”. Lo dico agli amici gialloverdi: state attenti, perché vi esponete a questi attacchi. E alla fine si rischia di rimanere schiacciati dalle aspettative deluse. Il popolo ti accusa di non aver mantento le promesse, e gli avversari ti irridono, ti rinfacciano di essere solo fumo e niente arrosto.
La cosa paradossale è che, se si perde questa occasione, poi il conto lo pagano il Movimento 5 Stelle e la Lega, a cominciare da Salvini e Di Maio. Il ministro Tria si sta rivelando un vero e proprio problema. Poi c’è un altro massone, il ministro Enzo Moavero Milanesi, che è un ex neo-aristocratico “di rito montiano”, quindi teoricamente molto sospetto, accreditatosi però come vocato a una sua nuova cifra, un nuovo percorso massonico progressista, e quindi accolto come persona utilizzabile in questo frangente, anche se la politicaestera italiana continua ad essere zero su tutte le questioni importanti. Alla fine, comunque, personaggi come Tria e Moavero, che non hanno dirette responsabilità e storie politiche, non collegati a un elettorato e a partiti e movimenti, possono tranquillamente “fregarsene” di quella che poi sarà la delusione degli elettori, incassando il plauso e anche qualche buona riconoscenza tangibile e materiale, per il presente e per il futuro, dai “signori del vapore”, cioè da quelle élite neo-aristocratiche e antidemocratiche che hanno i loro terminali in Mario Draghi, in Sergio Mattarella, in Ignazio Visco, in Christine Lagarde, in Emmanuel Macron, in Angela Merkel e in tanti altri personaggi che imperversano in Italia e in Europa.
I ministri “tecnici” potrebbero sentirsi alla fine cooptati in quel consesso, ricevere prebende e incarichi prestigiosi, e quindi a questi personaggi può anche non importare la disillusione rispetto alle aspettative dei cittadini. Chi pagherebbe il conto sarebbero Di Maio, Salvini e tutte le classi dirigenti attualmente impegnate in questa operazione di governo, Lega e Movimento 5 stelle. Quindi attenzione, ragazzi: guardatevi bene. Lo dico a Di Maio e Salvini: questi vanno fatti rigare dritto. Sono personaggi assunti per svolgere un ruolo tecnico all’interno del governo, e quindi o lo svolgono in direzione di una prospettiva diversa, oppure vanno licenziati. Tria può essere sostituito con Savona, Moavero Milanesi con chiunque (tanto, agli esteri non si fa nulla – ma se ci fosse un buon ministro degli esteri forse daremmo anche un nuovo slancio alla politicaestera italiana). Giuseppe Conte? Dei tre in questo momento è il meno sospetto: diciamo che sta cercando di tenere insieme la baracca. Ma il problema non è di nomi. Il problema è di cose che si fanno o non si fanno. Quindi, se la scelta di Lega e 5 Stelle è quella di rispettare gli impegni presi, bisogna evitare che il popolo si penta dell’investimento che ha fatto in termini di fiducia. Una disillusione come quella che ha investito Matteo Renzi sarebbe la morte politicadi Lega e Movimento 5 Stelle.
Qui si tratta di portare alle estreme conseguenze una battaglia politicaper cambiare paradigma, per ottenere l’agibilità economica per fare certe cose. Cioè: un grande piano di infrastrutture, di manutenzione e di ricostruzione. Significa abolizire la legge Fornero e riscrivere una legge sulle pensioni, abbattere drasticamente le aliquote fiscali, finanziare un reddito di cittadinanza come preludio a quell’obiettivo (che è roosveltiano) della piena occupazione, cioè della costituzionalizzazione del diritto al lavoro. Queste cose vanno fatte sforando tutti i parametri europei, imposti senza nessun fondamento scientifico-economico da parte non solo dei burocrati, ma direi proprio di una narrativa globale del neoliberismo, cioè di un sistema che fa gli affari di pochi in danno degli interessi dei moltissimi. Una volta presa questa via si può affrontare qualunque cosa: se verrà usata l’arma impropria dello spread si potranno cercare comunque sponde nel mondo, non solo in Cina, in Russia e negli Stati Uniti, ma insomma a livello sovranazionale – e non mancheranno gli aiuti a tenere basso lo spread. Ma se anche vi fosse una guerra sullo spread si potrebbe persino scegliere di mostrare il vero volto di queste politiche. Cioè l’Italia: viene attaccata sul piano dei mercati perché si rifiuta di chinare la testa e di non fare l’interesse popolare. Sarebbe anche un modo per dire, da parte di Salvini e Di Maio: “Ci stanno strangolando, noi andiamo a nuove elezioni perché così non possiamo governare, andiamo a nuove elezioni e facciamo il botto, il pieno di consensi”.
Perché gli italiani li premieriebbero, degli eroi che affrontano senza paura i mercati e la retorica dello spread, la retorica dei mandarini di Bruxelles e Francoforte, la retorica dei signori della globalizzazione post-democratica. E a quel punto sarebbe un successo elettorale. Invece, se ci si cala nel ruolo rattrappito di “ragionierini” che cercano di far quadrare i conti disputandosi un miliarduccio qua e un miliarduccio là per calmare il rispettivo elettorato cercando di fare le nozze coi fichi secchi, ebbene, in questo tirare a campare poi si tirano le cuoia. Quindi, inviamo un primo avvertimento chiaro a Lega e 5 Stelle, loro stesso interesse oltre che in quello del popolo italiano. Aggiungo che comunque i tempi sono ormai maturi per il varo del “partito che serve all’Italia”, che dia in prospettiva quella forza, quella decisione e quel coraggio che forse, in questo momento, sta venendo meno a Lega e 5 Stelle. Oppure, se questi soggetti politici non sono in grado di interpretare le esigenze di cambiamento del popolo italiano, il “partito che serve all’Italia” (che riceverà il nome dei suoi costituenti) si candiderà evidentemente a ereditare il ruolo storico deo gialloverdi. Ma siccome qui non si tratta di liquidare l’esperienza gialloverde prima ancora che sia cominciata, ribadisco che questa esperienza può portare buoni frutti. Però siamo già ad un punto in cui bisogna mostrare di che stoffa si è fatti.
Durerà 5 anni anni, l’esecutivo gialloverde? Gli italiani innanzitutto si augurano che faccia le cose che ha promesso, in nome delle quali è stato legittimato, e che abbia anche una coerenza tra teoria e pratica, tra ragionamento e immaginazione, conGioele Magaldicapacità di concretizzare gli obiettivi. In tanti ricorderanno il recente exploit di Matteo Renzi, che fino a qualche anno fa sembrava l’enfant prodige della politica italiana, fino a ottenere un grande risultato alle europee portando il Pd al 40%. Io credo di esser stato tra i pochissimi, allora, a indicare la fumosità e il carattere del tutto aleatorio e inconsistente della traiettoria renziana. Molti, poi, a partire dal referendum del 2016 sono diventati antirenziani, quasi con la bava alla bocca: persone che avevano creduto in quella grande stagione annunciata da Renzi. Poi quel consenso si è dissolto, e oggi il Pd è ridotto al lumicino. Resto un sostenitore del governo gialloverde, perché ritengo che abbia iniziato un percorso di transizione verso la Terza Repubblica e perché credo che il centrodestra e il centrosinistra, così come li abbiamo conosciuti, sono definitivamente tramontati – ed è bene che siano tramontati, perché sono i responsabili di questi ultimi 25 anni di decadenza italiana. Ma, anziché porsi il problema della durata del governo Conte, sarebbe ora di chiedersi cosa farà davvero, perché finora si è limitato quasi solo alle chiacchiere.
Uno potrebbe dire: diamogli tempo, c’è una tempistica anche tecnica. Ma il problema è che da quello che viene configurato dal dicastero più importante (quello dell’economia) queste novità per le quali il popolo aveva premiato Lega e 5 Stelle ancora non si vedono, all’orizzonte. Si vede invece un traccheggiare, un tirare al ribasso. E si vede purtroppo una subalternità ai soliti diktat di Bruxelles, anziché la giusta fierezza che c’è stata nell’affrontare un aspetto del tema immigrazione (un aspetto, perché – a parte lo stop agli sbarchi indiscriminati – ancora il governo non ha spiegato che piano ha per il Mediterraneo per il Medio Oriente). Al di là della fierezza con la quale Salvini ha comunque posto il problema all’Europa – gestire collegialmente il tema migranti: una questione tuttora aperta e controversa – sul versante economico ci sono solo timidi balbettii. E sembra che alla fine ci si inchini ai paradigmi imperanti a Bruxelles e a Francoforte. E lo spauracchio dello spread non viene affrontato e smascherato per quello che è: cioè un vile ricatto, una sorta di vessazione sovranazionale organizzata. Perché allo spread si può mettere fine semplicemente, puntando politicamente sulla confezione di Eurobond o con altre modalità. Insomma, rispetto a Draghi e Triaquesto, il governo mi sembra deficitario e balbettante, balbuziente. Di questo dovremo tenere conto, perché 5 anni di balbuzie non risolveranno i problemi italiani.
Giovanni Tria? E’ un massone, certo: uno dei tanti massoni presenti nella compagine di governo. Questa è una maggioranza “strana”: da un lato, nel “contratto di governo”, sostiene che non avrebbe ammesso massoni nel Consiglio dei Ministri e negli altri organi istituzionali di designazione governativa, ma poi invece – come già ebbi modo di annunciare – il Consiglio dei ministri è pieno di massoni: assoni “bene intenzionati”, apparentemente, cioè di segno progressista o moderato-progressista, certamente avversi a quei circuiti neo-aristocratici il cui campione sempiterno appare oggi in Europa Mario Draghi. Ma ce ne sono tantissimi di massoni neo-aristocratici, e alcuni – come Mario Monti – hanno già svolto opera di commissariamento per la decadenza dell’Italia. Un altro, Carlo Cottarelli, oggi – come opinionista – “vicaria” quello che è stato il ruolo di Monti e porta quelle stesse idee. Ce ne sono tantissimi, in giro, di massoni di quel tipo; ma in questo governo, invece, ci sono massoni di segno progressista, che dovrebbero aiutare ad uscire fuori dal paradigma dell’austerità e del neoliberismo.
Ecco, Giovanni Tria era uno di questi: uno di coloro il cui ruolo doveva essere quello di rassicurare formalmente il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che – a mio parere, attentando alla Costituzione – aveva messo un veto su una personalità come Paolo Savona al ministero dell’economia, senza nessuna giustificazione di tipo istituzionale ma con un ragionamento davvero eversivo e post-democratico, se non antidemocratico, in base al quale “i mercati” non avrebbero visto di buon occhio la nomina di Savona. Pur essendo un personaggio di grande spessore e anche di grande sobrietà e moderazione, Savona veniva visto come uno spauracchio, rispetto alla tenuta del solito paradigma che da decenni ammorba l’Italia e l’Europa, cioè il paradigma neoliberista – che diventa paradigma dell’austerità, in questi anni. Il nome di Tria, comunque, fu suggerito anche da Savona. Doveva avere questo ruolo: consentire a Mattarella di uscire dall’impasse anche istituzionale (si paventava la sua Mattarella e Cottarellimessa in stato di accusa perché il suo atto era stato grave). Tria più “rassicurante” di Savona, quindi, gradito anche personalmente dal “gran maestro” Mario Draghi e dal suo luogotenente Ignazio Visco, governatore di Bankitalia.
Ma lo stesso Tria, una volta garantita una rassicurazione formale, avrebbe dovuto procedere in modo simpatetico e coerente con quelle istanze (minime) del programma di governo della Lega e del Movimento 5 Stelle. Istanze che prevedevano e prevedono, ad esempio, un reddito di cittadinanza come preludio ad una serie di politiche volte a rendere l’occupazione piena e diffusa in modo capillare, a beneficio dei cittadini italiani. E soprattutto si prevedeva una drastica riduzione delle aliquote fiscali, anche senza arrivare alla flat Tax, quindi mantenendo una differenziazione delle aliquote in base ai redditi – comunque una drastica riduzione, che giovasse a professionisti e aziende, e ridesse fiato all’economia. Queste cose però comportano evidentemente dei costi. Se si rimane nel paradigma attuale, la canzone è sempre la stessa: non ci sono i soldi per poter attuare queste scelte, inclusa la revisione della legge Fornero e tante altre cose, annunciate sull’onda del disastro di Genova (si è parlato di un grandissimo piano di investimenti, di manutenzione e rifacimento di infrastrutture). Ecco, per fare queste cose ci vogliono denari pubblici. Soldi che, naturalmente, immessi nel circuito economico italiano, significano rivitalizzazione Matteo Renzidell’economia. Vuol dire investire seriamente su un aumento del Pil, e quindi – in prospettiva – migliorare il rapporto tra deficit e Pil.
E questo in una interpretazione anche minimale, cioè anche senza contestare quella lezione (contestabilissima) secondo cui il rapporto debito-Pil è un male in sè (e non lo è affatto). Ma ripeto, anche a voler rimanere in una narrazione di quel tipo, ad uno Stato deve essere consentito quello che non è consentito ai privati, e cioè: poter aumentare il deficit, perché il deficit produrrà un incremento importantissimo del Pil. Si tratta di capovolgere, quindi, i parametri neoliberisti che predicano i tagli alla spesa. Questa era l’idea di base, nel programma del governo gialloverde, ma far questo significa mettere in discussione il pareggio di bilancio in Costituzione (che rappresenta un ulteriore peggioramento di quel tetto del 3% nel rapporto deficit-Pil stabilito dal Trattato di Maastricht). E per far questo bisogna affrontare una battaglia politica, in Europa. Una battaglia fiera, che denunci anche il ricatto permanente dello spread. Perché esiste una convivenza tra quelle forze finanziarie che chiaramente operano sul mercato dei titoli di Stato e che fanno innalzare i tassi di interesse dei titoli italiani. E quelle istituzioni sedicenti europee, ma in realtà antieuropeiste, hanno disgregato il sogno europeo: lo stanno distruggendo. E in questo quadro il ministro Tria cosa fa? Tria riceve l’altro giorno gli elogi di Mario Draghi. E allora, signori, c’è qualcosa che non va, nel governo, se qualcuno riceve gli elogi di Mario Draghi, che è il principale burattinaio in una collegialità di grandi burattinai che operano in Europa e nel mondo verso certe finalità.
Vuol dire che Tria è il ministro sbagliato: non si può servire due padroni. O si serve il popolo sovrano, si lavora al servizio del popolo italiano e dei suoi interessi, oppure si servono gli interessi oligarchici e post-democratici e rappresentati da personaggi come Mario Draghi, a capo di una Banca Centrale Europea che non risponde a nessun potere politico democraticamente eletto ma che pretende di dettar legge ai governi democraticamente eletti. Se Tria è elogiato da Draghi, allora non ci siamo. E noi, come Movimento Roosevelt e come massoni progressisti, dovremo chieder conto a Tria del suo operato. Perché allora la sua non è una tattica: Tria sta effettivamente frenando la possibilità che questo governo riesca a onorare le promesse fatte, al punto da fare il gioco di chi, come il redivivo e velleitario Renzi, ora dice “ecco, questi cialtroni che promettevano tanto non hanno fatto niente, io almeno avevo dato l’obolo degli 80 euro”. Lo dico agli amici gialloverdi: state attenti, perché vi esponete Di Maioa questi attacchi. E alla fine si rischia di rimanere schiacciati dalle aspettative deluse. Il popolo ti accusa di non aver mantenuto le promesse, e gli avversari ti irridono, ti rinfacciano di essere solo fumo e niente arrosto.
La cosa paradossale è che, se si perde questa occasione, poi il conto lo pagano il Movimento 5 Stelle e la Lega, a cominciare da Salvini e Di Maio. Il ministro Tria si sta rivelando un vero e proprio problema. Poi c’è un altro massone, il ministro Enzo Moavero Milanesi, che è un ex neo-aristocratico “di rito montiano”, quindi teoricamente molto sospetto, accreditatosi però come vocato a una sua nuova cifra, un nuovo percorso massonico progressista, e quindi accolto come persona utilizzabile in questo frangente, anche se la politica estera italiana continua ad essere zero su tutte le questioni importanti. Alla fine, comunque, personaggi come Tria e Moavero, che non hanno dirette responsabilità e storie politiche, non collegati a un elettorato e a partiti e movimenti, possono tranquillamente “fregarsene” di quella che poi sarà la delusione degli elettori, incassando il plauso e anche qualche buona riconoscenza tangibile e materiale, per il presente e per il futuro, dai “signori del vapore”, cioè da quelle élite neo-aristocratiche e antidemocratiche che hanno i loro terminali in Mario Draghi, in Sergio Mattarella, in Ignazio Visco, in Christine Lagarde, in Emmanuel Macron, in Angela Merkel e in tanti altri personaggi che imperversano in Italia e in Europa.
I ministri “tecnici” potrebbero sentirsi alla fine cooptati in quel consesso, ricevere prebende e incarichi prestigiosi, e quindi a questi personaggi può anche non importare la disillusione rispetto alle aspettative dei cittadini. Chi pagherebbe il conto sarebbero Di Maio, Salvini e tutte le classi dirigenti attualmente impegnate in questa operazione di governo, Lega e Movimento 5 stelle. Quindi attenzione, ragazzi: guardatevi bene. Lo dico a Di Maio e Salvini: questi vanno fatti rigare dritto. Sono personaggi assunti per svolgere un ruolo tecnico all’interno del governo, e quindi o lo svolgono in direzione di una prospettiva diversa, oppure vanno licenziati. Tria può essere sostituito con Savona, Moavero Milanesi con chiunque (tanto, agli esteri non si fa nulla – ma se ci fosse un buon ministro degli esteri forse daremmo anche un nuovo slancio alla politica estera italiana). Giuseppe Conte? Dei tre in questo momento è il meno sospetto: diciamo che sta cercando di tenere insieme la Emmanuel Macron e Christine Lagardebaracca. Ma il problema non è di nomi. Il problema è di cose che si fanno o non si fanno. Quindi, se la scelta di Lega e 5 Stelle è quella di rispettare gli impegni presi, bisogna evitare che il popolo si penta dell’investimento che ha fatto in termini di fiducia. Una disillusione come quella che ha investito Matteo Renzi sarebbe la morte politica di Lega e Movimento 5 Stelle.
Qui si tratta di portare alle estreme conseguenze una battaglia politica per cambiare paradigma, per ottenere l’agibilità economica per fare certe cose. Cioè: un grande piano di infrastrutture, di manutenzione e di ricostruzione. Significa abolizire la legge Fornero e riscrivere una legge sulle pensioni, abbattere drasticamente le aliquote fiscali, finanziare un reddito di cittadinanza come preludio a quell’obiettivo (che è roosveltiano) della piena occupazione, cioè della costituzionalizzazione del diritto al lavoro. Queste cose vanno fatte sforando tutti i parametri europei, imposti senza nessun fondamento scientifico-economico da parte non solo dei burocrati, ma direi proprio di una narrativa globale del neoliberismo, cioè di un sistema che fa gli affari di pochi in danno degli interessi dei moltissimi. Una volta presa questa via si può affrontare qualunque cosa: se verrà usata l’arma impropria dello spread si potranno cercare comunque sponde nel mondo, non solo in Cina, in Russia e negli Stati Uniti, ma insomma a livello sovranazionale – e non mancheranno gli aiuti a tenere basso lo spread. Ma se anche vi fosse una guerra sullo spread si potrebbe persino scegliere di mostrare il vero volto di queste politiche. Cioè l’Italia: viene attaccata sul piano dei mercati Salviniperché si rifiuta di chinare la testa e di non fare l’interesse popolare. Sarebbe anche un modo per dire, da parte di Salvini e Di Maio: “Ci stanno strangolando, noi andiamo a nuove elezioni perché così non possiamo governare, andiamo a nuove elezioni e facciamo il botto, il pieno di consensi”.
Perché gli italiani li premierebbero, degli eroi che affrontassero senza paura i mercati e la retorica dello spread, la retorica dei mandarini di Bruxelles e Francoforte, la retorica dei signori della globalizzazione post-democratica. E a quel punto sarebbe un successo elettorale. Invece, se ci si cala nel ruolo rattrappito di “ragionierini” che cercano di far quadrare i conti disputandosi un miliarduccio qua e un miliarduccio là per calmare il rispettivo elettorato cercando di fare le nozze coi fichi secchi, ebbene, in questo tirare a campare poi si tirano le cuoia. Quindi, inviamo un primo avvertimento chiaro a Lega e 5 Stelle, loro stesso interesse oltre che in quello del popolo italiano. Aggiungo che comunque i tempi sono ormai maturi per il varo del “partito che serve all’Italia”, che dia in prospettiva quella forza, quella decisione e quel coraggio che forse, in questo momento, sta venendo meno a Lega e 5 Stelle. Oppure, se questi soggetti politici non sono in grado di interpretare le esigenze di cambiamento del popolo italiano, il “partito che serve all’Italia” (che riceverà il nome dei suoi costituenti) si candiderà evidentemente a ereditare il ruolo storico dei gialloverdi. Ma siccome qui non si tratta di liquidare l’esperienza gialloverde prima ancora che sia cominciata, ribadisco che questa esperienza può portare buoni frutti. Però siamo già ad un punto in cui bisogna mostrare di che stoffa si è fatti.
(Gioele Magaldi, dichiarazioni rilasciate a David Gramiccioli nella diretta “Massoneria On Air” del 17 settembre 2018 su “Colors Radio”).
http://www.libreidee.org/2018/09/magaldi-i-gialloverdi-scelgano-tria-e-draghi-o-gli-italiani/

lunedì 17 settembre 2018

Prima l’UE, ora l’ONU, e poi chi verrà ancora? I marines?!



DI ALESSANDRO GUARDAMAGNA
comedonchisciotte.org
Dopo averci bollati come lebbra, accusati di minare la stabilità di un Europa che grazie al terrorismo psicologico dei suoi banchieri si danneggia benissimo da sola, ora ci hanno messo di mezzo anche l’ONU. E’ infatti di pochi giorni fa la notizia che l’Alto commissario per i diritti umani, Michelle Bachelet, attaccando il governo Italiano colpevole di aver «negato l’ingresso di navi di soccorso delle Ong» nei propri porti, ha annunciato che l’Agenzia ONU per la tutela dei diritti umani invierà ispettori che dovranno valutare il “forte incremento di atti di violenza e di razzismo contro migranti, persone di discendenza africana e Rom».
Li manderanno in Italia, anche in Austria pare, e in un secondo tempo forse in Germania e USA, ma per il momento arrivano solo da noi, per via dei fatti di Catania, segno di un «atteggiamento politico» dalle «conseguenze devastanti per molte persone già vulnerabili». Questa vulnerabilità non sembra applicarsi a quei 34 che sono spariti dopo essere accolti, ma si sa, non si può pretendere….
Eppure Michelle Bachelet non si è mai sognata di condannare vari regimi sparsi per il mondo, come quello di Fidel Castro, che lei definì “un leader per la dignità e la giustizia sociale a Cuba e in America Latina”… oppure quello di Chavez, lodato per «il suo più profondo amore per il suo popolo e le sfide della nostra regione per sradicare la povertà e generare una vita migliore per tutti». Molto strano anche il suo silenzio assordante sulle uccisioni di centinaia di manifestanti da parte del regime di Ortega in Nicaragua. Invece sul razzismo all’italiana contro migranti e rom, l’amica dei dittatori appare molto convinta.
Alla notizia esulta la Bonino di Piu’ Europa, che rimprovera il governo mentre fa appelli tradotti in arabo per i giovani mediorientali, invitandoli a fare armi e bagagli per trasferirsi in un’Europa bisognosa del loro aiuto.

Per contro Salvini afferma perentorio che l’Italia negli ultimi anni “ha accolto 700mila immigrati, molti dei quali clandestini”, senza ricevere collaborazione dagli altri paesi europei. Per questo non accetta lezioni da chi non ne può dare, mentre noi attendiamo fiduciosi l’arrivo degli ispettori.
Chiaramente non si può prendersela con l’ONU, che da 73 anni ha come missione quella di favorire la pace nel mondo. Colpisce però una particolare coincidenza, se poi è tale. In Italia inviano gli ispettori, ma, viene da chiedersi, come mai l’ONU non è intervenuta in Spagna – dove ai migranti hanno sparato e il 28 Luglio scorso oltre 800 migranti hanno forzato il confine a Ceuta ingaggiando una battaglia con la polizia marocchina e la Guardia Civil – o in Francia dove dal 2015 il governo ha chiuso porti e frontiere e respinto i migranti, non solo economici, a fasi alterne e Macron, lo stesso che parla della “lebbra populista” che si leva dal governo M5S-Lega, fa rullare con le ruspe campi di migranti e rom alle porte di Parigi – o in Ungheria, dove addirittura hanno alzato due barriere per impedire l’accesso ai migranti e ne hanno respinti a legnate e usando gas lacrimogeni… ecco come mai di fronte ai fatti di Spagna, Francia ed Ungheria, l’ONU non ha mandato ispettori, né ha fiatato?
In compenso, per aver trattenuto una nave i cui occupanti clandestini sono stati curati e rifocillati in un porto Italiano e per aver impedito ad altre navi negriere di ONG – fra le quali si annoverano MOAS, Jugend Rettet, Stichting Bootvluchting, Médecins Sans Frontières, e Save the Children, queste ultime due finanziate dalla Open Society Foundation dello speculatore “filantropo” George Soros – di sbarcare altri clandestini sulle nostre coste, l’Italia viene attaccata e soggetta a scrutino da parte delle Nazioni Unite.

A questo punto, dopo che verranno e “scopriranno” che i casi di intolleranza nei confronti dei migranti sono in aumento in Italia dal 2015, secondo un rapporto OSCE che l’ONU conosce già, o applicano la stessa logica e mettono sotto accusa anche il governo Renzi per aver fomentato il razzismo, oppure dovrebbero tornarsene  a casa come sono venuti. Potrebbero anche riservarci una sorpresa, ad esempio se mettessero in relazione i fatti di Catania con l’episodio del turco fermato a colpi di taser mentre aggrediva nudo dei passanti a Firenze.
Sarà quella forse la conferma del legame tra le violenze ai confini e quelle interne, che porterà gli ispettori a concludere che il razzismo in Italia è ormai dilagante? Quella potrebbe diventare la pistola fumante dello strano sillogismo politico, che vuole il razzismo fomentato dalla xenofobia del governo negli ultimi 3 mesi: in Italia vi è un governo M5S-Lega, in Italia vi sono episodi di razzismo, il governo M5S-Lega è razzista. D’altronde con facce da Ku Klux Klan come Di Maio e Conte, per non parlare di Toninelli che sorride sadico sui modellini dei ponti, chi potrebbe dubitarne?
A quel punto oltre al rimprovero formale arriverà anche la condanna perché abbiamo esercitato i nostri diritti come un qualsiasi stato sovrano. Che facciano pure. Una volta è uscito Oettinger, commissario europeo, a dire che i mercati avrebbero insegnato agli Italiani come votare – i mercati? E noi che credevamo che il diritto al voto dipendesse dalla costituzione dei nostri padri e non dal dio dollaro! – e il consenso alla maggioranza è cresciuto al punto tale che Mattarella ha ripensato che forse era meglio affidare a Conte l’incarico di governo. Due giorni fa invece il ministro degli esteri del Lussemburgo con un “Merde alors” ha interrotto sua sponte Salvini che spiegava a Vienna perché in Italia i migranti clandestini non ci servono, facendo così capire una volta di più come ci hanno considerato in Europa (chissà perché?) e come ora gli dia fastidio che non siamo più disposti ad accettare i diktat che altri hanno deciso per noi.
A questo punto non manca che l’ONU con un’altra castroneria da guinness dei primati che faccia capire che qui gli unici a fomentare il razzismo sono dei neoliberisti e i loro servi burocrati euroinomani, che razzolano tutti a quattro zampe dentro e fuori l’UE per speculare meglio sulle vite di milioni di persone. Poi anche l’ultimo Italiano che ha votato PD fino al 4 Marzo scorso si convincerà… e poi?
Poi dopo i paroloni, o la pianteranno, e continueremo a fare a modo nostro, oppure mi auguro che ci mandino anche i Caschi Blu, magari non gli stessi che inviarono a Srebrenica nel 1995, seguiti dai Marines, così, finalmente, dopo che finalmente avranno finito di romperci i santissimi, avremo qualcuno in più che ci aiuta a pattugliare le piazze e le periferie, mentre Toninelli continua a chiudere i porti alle navi di schiavisti che vanno a prendere deportati in Africa, disposti a lavorare a poco prezzo e senza diritti per abbassare gli standard di vita di tutti.
Questo perché il nostro governo, lo ricordiamo, contrasta un fenomeno più simile alla deportazione forzata che non al salvataggio filantropico di esseri umani tanto caro alla Bonino e ai suoi adepti sponsorizzati da Zio Paperone Soros. E anche di questo ci auguriamo che l’illuminata UE fondata sullo stato di diritto e sul rispetto “dell’identità nazionale degli Stati membri e dell’ordinamento dei loro pubblici poteri a livello nazionale” al fine di promuoverne uno sviluppo equilibrato e sostenibile, e il garantista ONU si ricordino prima o poi.

Alessandro Guardamagna
Fonte: www.comedonchisciotte.org

Presidente Mattarella, ma di quali “valori Ue” parli?



Presidente Mattarella, ma di quali “valori Ue” parli? (di P. Becchi e G. Palma)

Mattarella non rispetta a fondo la terzietà e l’imparzialità che la Costituzione prevede per il suo delicato ruolo di Capo dello Stato. Non perde mai occasione per entrare a gamba tesa nelle vicende della politica. Il caso recente si è palesato al vertice del gruppo Arraiolos a Riga – che riunisce i presidenti di tredici Paesi Ue – dove il Presidente della Repubblica ha ricordato che “l’Italia è un contributore attivo dell’Unione. Ma mi sono sempre rifiutato di considerare questi rapporti sul piano del dare e avere, anche perché i benefici dell’integrazione non sono quasi mai monetizzabili interamente. Non è attraverso il calcolo contabile che si definisce il vantaggio che l’Unione assicura a tutti i suoi componenti“, lanciando alla fine il monito: “Non c’è movimento che possa mettere in discussione questo valore storico“.
Di quali valori storici della Ue parla il Presidente? I Trattati europei, nel delineare gli obiettivi dell’Unione, fanno riferimento alla pace, al progresso e al benessere dei popoli, ma all’interno della cornice della stabilità dei prezzi e di una economia di mercato fortemente competitiva. E come c*** si può essere competitivi in un regime di cambi fissi (cioè con l’euro)? Non potendo scaricare il peso della competitività sulla moneta, siamo stati costretti a scaricarla sul lavoro riducendo i salari, quindi sui diritti fondamentali costituzionalmente garantiti! E ancora, per “valori” il Capo dello Stato si riferisce per caso al Fiscal compact, cioè quel trattato capestro che impone zero spesa a deficit e riduzione a ritmi serrati del rapporto debito pubblico/Pil? O si riferisce al pareggio di bilancio vigliaccamente inserito in Costituzione nel 2012 che impedisce ogni tipo di politica economica espansiva?
In fondo i “valori” della Ue questi sono, se non di peggio. Nella Ue non c’ è democrazia ma eurocrazia. Ricordiamo a Mattarella che gli unici valori ch’egli deve richiamare sono quelli della Costituzione, l’unica Carta sulla quale ha prestato solenne giuramento. E non deve entrare nell’agone politico sentenziando ogni volta contro il “sovranismo” e i “sovranisti”.
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