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domenica 24 giugno 2018

Storia di un potente criminale




Spezzategli le ossa, ma prima fate attenzione che non vi siano in giro macchine fotografiche» (Henry Kissinger, rivolto al governo israeliano, commentando le scene del famigerato «spezzamento delle ossa» da giovani palestinesi).

Lo abbiamo sentito ripetere tante volte a scuola, all’università, lo abbiamo letto tra le pagine di Montesquieu, Hume e I ,ocke: i leader che disprezzano i precetti legali tradizionali e considerano le questioni morale imposte loro dalla società internazionale come un peso non voluto e non accettato, sono un pericolo per l’ordine, la libertà e la società civile. Uno di questi leader, che ha calpestato le più sacrosante regole di diritto internazionale, è stato Henry Kissinger. Ecco perché la decisione di Bush di metterlo a capo della commissione investigativa sui fatti dell’ Il settembre può essere considerata come un crudele insulto alla memoria delle vittime di quel giorno e un affronto per un pubblico americano desideroso di conoscere la verità piena su ciò che accadde quel giorno. Come dimenticare! Henry Kissinger, consigliere per la Sicurezza nazionale del presidente Nixon e, in seguito, segretario di stato, fu dietro il segreto (e illegale) bombardamento della Cambogia, e il deliberato prolungamento ed espansione della guerra in Indocina mediante il suo boicottaggio dei colloqui di pace di Parigi, alla vigilia delle elezioni presidenziali Usa del 1968, allorché obbligò i negoziatori sudvietnamiti a ritirarsi precipitosamente dai colloqui, affermando che essi avrebbero potuto contare su trattative migliori con un repubblicano alla Casa Bianca.
• Tratto dal sito www.arabcomint.com

La malafede di Kissinger è stata ampiamente documentata da un articolo in due parti di Christopher Hitchens, nei numeri di febbraio e marzo 2001 di Harper’s Magazine, e nel recente The Pinochet File, di Peter Kombluh, in cui si afferma che non solo Kissinger appoggiò il terrorismo di stato, ma fu direttamente coinvolto, attraverso la cosiddetta Commissione 40 (dal nome della stanza dell’ufficio in cui essa si riuniva, e che fu presieduta da Kissinger dal 1969 al 1976. Essa supervisionava tutte le «operazioni coperte» Usa), nel rapimento e assassinio del comandante militare cileno Rene Schneider.
L’azione, ad opera dei futuri golpisti addestrati e finanziati dalla Cia, culminò nell’assassinio
del presidente legittimamente eletto, Salvador Allende, e nell’insediamento della dittatura di Pinochet. Fu in quel tempo che Kissinger fece la famigerata dichiarazione che la dice lunga sul suo concetto di democrazia: «Non vedo la ragione per cui un paese debba diventare comunista a causa dell’irresponsabilità del suo popolo».

Non c’è bisogno di ricapitolare le macchinazioni di Henry Kissinger, ugualmente ben documentate, che portarono ai massacri in Bangladesh nel 1971; al colpo di stato a Cipro ispirato dalla Grecia che provocò la successiva invasione turca dell’Isola; all’invasione, sostenuta dall’America, di Timor Est da parte dell’Indonesia, nel dicembre dello stesso anno; alla tragica morte, mediante autobomba, dell’ex ministro degli esteri di Salvador Allende e ambasciatore, Orlando Latelier, insieme al suo collega americano Ronny Moffit, in Massachusetts Avenue, Washington, 1976.

Oggi, Henry Kissinger è un uomo che molti tribunali in tutto il mondo desidererebbero interrogare. Negli Usa vi è una pendenza legale contro di lui intentatagli dalla famiglia di Rene Schneider, e un processo intentatogli contro da numerose vittime cilene dei tempi della dittatura di Pinochet, al cui regime egli fornì assistenza politica nel massacro di migliaia di oppositori politici (il codifensore di Kissinger nel caso è Michael Townly, l’agente di Pinochet a Washington, che si ritiene abbia posizionato l’autobomba che uccise Latelier e il suo collega nel 1976). Al di fuori degli Usa, la Corte Suprema cilena ancora aspetta da lui notizie sull’assassinio di Charles Horman, il giornalista americano ucciso durante il golpe del 1973. In Spagna, il giudice che richiese, nel 1998, l’arresto di Pinochet in Gran Bretagna, vuole interrogarlo in merito a crimini contro l’umanità. In ognuno di questi casi, Henry Kissinger o sapeva o prese parte attiva.
Sebbene non presenti lo stesso grado di abilità, ricordiamo pure il rapporto ambiguo che Kissinger intrattenne con l’ex presidente egiziano, Anwar Sadat.

All’inizio della guerra del Kippur, quando Kissinger fece da mediatore nei negoziati per un cessate il fuoco tra Egitto e Israele, noti come «diplomazia pendolare», fu spesso fotografato all’aeroporto del Cairo, salutato e baciato sulle guance dal presidente Sadat, che si riferiva a lui come «il mio amico Henry». Nel libro Le conversazioni segrete di Henry Kissinger (1976), scritto dal celebre giornalista israeliano Matti Golan, leggiamo di come Kissinger, nei suoi incontri con Golda Meir, si riferisse a Sadat chiamandolo «quel piccolo buffone». In Francia, il giudice che indaga sulla «sparizione» di cinque cittadini francesi in Cile durante la dittatura di Pinochet, è ansioso di vedere Kissinger sul banco dei testimoni. Quest’uomo è stato scelto da Busti per guidare una commissione indipendente che faccia luce sugli eventi dell’ Il settembre. Per molta gente al mondo, Kissinger è uno dei simboli dell’arroganza statunitense, un uomo che avrebbe molte cose da confessare affinchè la sua commissione possa essere presa seriamente.

Henry ha probabilmente sentito un po’ di fiato sul collo poiché, pochi giorni fa, ha presentato le dimissioni da capo della commissione d’inchiesta con una lettera a Bush in cui parla di non meglio specificati «conflitti d’interesse che potrebbero seriamente pregiudicare il lavoro della commissione stessa».
Il Washington Post ha riportato semplicemente:
«Le dimissioni mettono fine a due settimane di intenso dibattito politico riguardo al controverso passato di Kìssinger che potrebbe influenzare il lavoro della commissione».
Un passato davvero controverso.
Quel passato è conservato nei libri di storia.

Ci dice che Henry Kissinger non è un vecchio statista in pensione.
La sua reputazione non potrà essere riabilitata neppure da visioni revisionistiche di futuri ricercatori. Perché, come dice un proverbio Usa che di certo Kissinger conosce, «possiamo mettere del rossetto a un maiale e chiamarlo Monique, ma resterà pur sempre un maiale».
Poco prima che irrompesse la notizia delle dimissioni di Kissinger, un editoriale del Natìon Magazine sottolineava:
«Un bugiardo dichiarato a cui è stato assegnato il compito di scoprire la verità... Lui non è un cercatore dì verità. E’ stato un prevaricatore attraverso le sue azioni e ha cercato di limitare l’accesso alle informazioni governative. Dovrebbe essere il soggetto di unmandato di comparizione, non colui che li emana».
Né colui che possa investigare sul terrorismo, aggiungiamo noi, quando è stato egli stesso
un ammiratore dei terroristi di stato ed ha approvato, incoraggiato e finanziato le loro atrocità in tutto l’arco della sua lunga, ignobile carriera. Bush ci ha provato.

Fonte

Macron: psicopatico in crisi di nervi. Il piano coloniale gli scoppia in mano




Emmanuel Macron - uno psicopatico in crisi di nervi

Emmanuel Macron sta sbroccando di brutto. Con la questione dei migranti (e non solo) gli sta saltando il piano coloniale per la Libia.

Uno spettacolo da non perdere. Il narcisista psicopatico Emmanuel Macron è in piena crisi di nervi. Per la prima volta l’Italia “osa” fare i suoi interessi e non quelli della Francia.

Per inquadrare il discorso è necessario ascoltare le parole del Prof. Adriano Segatori. Segatori è psichiatra-psicoterapeuta, membro della sezione scientifica “Psicologia Giuridica e Psichiatria Forense” dell’Accademia Italiana di Scienze Forensi.

Quindi Emmanuel Macron è fondamentalmente uno psicopatico. La “favola” dell’amore infantile coronato dal matrimonio con la sua professoressa è una narrazione che dovrebbe fare inorridire. Infatti la verità nuda e cruda è la seguente: è stato vittima di abuso sessuale.

L’Italia serva sciocca

Perché Macron sbrocca? Ma semplice. Era abituato (lui e la Merkel) a una Italia sempre agli ordini. Era abituato a una Italia che alimentava il suo delirio di onnipotenza. Una Italia che non si sarebbe sognata di sollevare un sopracciglio alle intemperanze francesi.
Il bombardamento della Libia
Per rimanere alla storia contemporanea, partiamo brevemente dall’intervento militare in Libia, giusto per rettificare la narrazione.
«Fu Giorgio Napolitano (Re Giorgio) a imporlo a Berlusconi».
Forse, ma siccome la forma italiana di Governo è la Repubblica Parlamentare (e non Presidenziale), Berlusconi e il Parlamento avrebbero potuto (e dovuto) dire di no.
Ciò per tutta una serie di motivi, non ultimi i rapporti economici privilegiati e, sopratutto, il fatto che la Libia di Gheddafi costituisse un tappo. La Libia di Gheddafi impediva che il Mediterraneo venisse travolto dalle contraddizioni e dai conflitti che percorrevano (e percorrono) l’Africa.
Dall’altra parte ci stava la Francia.
  • Non aveva alcun interesse a mantenere il “tappo” perché la sua deflagrazione avrebbe coinvolto l’Italia, come poi è avvenuto
  • Non sopportava l’asse economico privilegiato fra Libia e Italia
Il trattato di Caen
Immediatamente prima della tornata elettorale del 4 marzo era scoppiato il caso della cessione di porzioni di mare italiano alla Francia.
Con un semplice trattato (il trattato di Caen), infatti, il Ministro degli Esteri Gentiloni aveva ceduto alla Francia porzioni di mare italiano. Porzioni pescosissime in cui, ad esempio, viene catturato il famosissimo gambero rosso.
Il bello è che tutto era avvenuto in assoluto silenzio.
Ci si è accorti della cessione solo perché la Francia ha immediatamente esercitato il suo “diritto di proprietà”.
A gennaio 2018 viene multato e sequestrato il peschereccio “Mina” che pescava i gamberi, come al solito, al largo di Sanremo.
La storia si ripete in Sardegna. Anche in Sardegna, infatti, avviene un episodio simile: nessuna multa né sequestro, ma un’intimazione a un equipaggio italiano di allontanarsi dalle acque francesi.
Con l’insediamento del nuovo governo, la Francia ci riprova. Con atti unilaterali prova ad appropriarsi porzioni di mare a nord della Sardegna.
Mi sono già occupato del “caso Niger” nel post Militari italiani in Niger. Per i migranti o per l’uranio francese? e quindi non ci torno.
Mi fermo a questi esempi, giusto per far comprendere il fatto inedito: l’Italia si riappropria di un ruolo cui aveva abdicato da ormai troppi anni.

Il colonialismo francese

Altro elemento da tenere in considerazione è l’ambizione coloniale della Francia.
La quasi totalità dei migranti che sbarcano parlano il francese e di certo non perché lo abbiano studiato alla Sorbona.
Tutta la zona dell’Africa occidentale (esclusa la Libia) e centrale, per un totale di 14 Paesi erano colonie francesi fino agli anni ’60.
La truffa del Franco CFA
Tutte le ex colonie francesi adottano la stessa moneta, il Franco CFA. La sigla, originariamente, significava Colonie Francesi d’Africa (Colonies Françaises d’Afrique). Dopo l’acquisizione della “indipendenza” perfino l’acronimo è rimasto identico. È solo cambiato il suo significato: Comunità Finanziaria Africana.
Le regole:
La zona franco deve applicare quattro regole, formalizzate in due trattati firmati dalla Francia e dai 14 Paesi in questione nel 1959 e nel 1962. Eccole
  • la Francia garantisce la convertibilità illimitata del CFA in euro;
  • il tasso di conversione tra CFA e euro (prima franco) è fisso: 1 euro=655,957 franco CFA;
  • i trasferimenti di capitali tra la zona franco e la Francia sono liberi;
  • come contropartita di questi primi tre principi il 50% delle riserve di cambio dei Paesi della zona franco devono essere depositate su un conto della Banca di Francia, a Parigi.
Con l’avvento dell’euro, il Franco Cfa non è scomparso, ma il suo valore è stato fissato alla valuta europea (100 Cfa = 0,15 euro). Come detto, però, è sempre il Tesoro francese e non la Bce che continua a garantirne la convertibilità. Come sia possibile tutto ciò ancora non è dato sapere.
Parigi, quindi, detiene le riserve auree di 14 Paesi africani!
Scrive vociglobali.it 
Le riserve del franco CFA nella Banca di Francia sono stimate approssimativamente in 10 miliardi di euro, denaro che – dice chi critica fortemente questo sistema – potrebbe essere utilizzato per piani di sviluppo dei Paesi in questione. Evitando, d’altra parte la richiesta di prestiti che non fanno che aumentare il debito nei confronti delle istituzioni finanziarie europee e dei singoli Paesi..
Guai a lamentarsi. Ci pensa Boko Haram
Ci si potrebbe chiedere “ma perché i Paesi africani non si sganciano dal Franco CFA?”
Più facile a dirsi che a farsi.
Da ultimo ci ha provato il Ciad.
Sempre Italia Oggi
Sia come sia, a ottobre 2015 (due mesi dopo il niet del Ciad alle scuse chieste da Parigi e dopo la contestuale esternazione di voler uscire dal regime del franco coloniale) Boko Haram ha attaccato per la prima volta un villaggio nel paese centrafricano, causando dieci morti. Ma questa è solo una tendenziosa coincidenza. Come, del resto, è una curiosa coincidenza che Boko Haram, movimento radicale islamista recentemente affiliatosi al Daesh, sia un fenomeno che colpisce solo le ex colonie francesi dotate di franco coloniale. Più la potente e ricca Nigeria che ambisce al ruolo di player geopolitico nell’area.
E, come si legge nello stesso articolo, è proprio la Francia ad armare Boko Haram.

Macron e la Libia

La totale acquiescenza italiana ha consentito a Emmanuel Macron di alimentare il suo delirio di onnipotenza nell’espandere il colonialismo francese alla Libia.
Pur cercando assiduamente di portare i due rivali al tavolo dei negoziati, l’Italia ha sempre sostenuto le autorità di Tripoli. Non è peraltro irrilevante il fatto che la maggior parte dei giacimenti dove opera l’Eni si trovi proprio in Tripolitania. Parigi non stava a guardare. Sotto la presidenza di François Hollande, forze speciali francesi si erano già insediate in Cirenaica. Con un abile equilibrismo diplomatico Parigi sosteneva ufficialmente il Gnc, ma al contempo, stava al fianco del suo nemico. Di nascosto. Fino al 20 luglio 2016, quando la morte di tre soldati francesi precipitati con un elicottero nei pressi di Bengasi, dove Haftar stava combattendo contro milizie islamiste, costrinse il ministero francese della Difesa a uscire allo scoperto: la Francia aveva inviato forze speciali in Libia. A fianco di chi, è facile immaginarlo.
L’idea è semplice e si sviluppa in tre mosse:
  • “conquistare” la Libia
  • cacciare l’ENI
  • riempire l’Italia di “migranti” generati dal colonialismo francese
Da qui l’accordo che aveva stretto con la Merkel per rispedire in Italia e in Grecia tutti i migranti che si trovino in un qualsiasi Paese Europeo.

Gli accordi Macron-Merkel: l’Italia servita PER cena

Il fallimento dell’Italia e l’occupazione era già pronta.
Da una parte
Macron e Merkel mettono all’angolo le banche italiane sui crediti deteriorati ma si scordano dei derivati tedeschi e francesi. (Business Insider)
Con questo meccanismo, le banche italiane andrebbero in estrema sofferenza, mentre le banche francesi e tedesche tirerebbero un sospiro di sollievo. Giusto per ricordare, la situazione di Deutsche Bank è ben peggiore. Proprio il 22 giugno 2018 è stata declassata a BBB+
Dall’altra predispongono da soli il documento finale che sarebbe dovuto uscire da un vertice.
Evidentemente erano abituati così. È stato così che l’Italia ha sottoscritto tutti i trattati. È stato così che ha messo la testa nel cappio. Così l’Italia ha sottoscritto gli accordi di Dublino.
L’accordo
L’accordo che avevano preparato, pronto per essere – come al solito – firmato dall’Italia senza fiatare, era una vera e propria trappola.
Tutti i migranti che si trovano in Europa sarebbero dovuti ritornare nei Paesi di primo approdo. Quindi Italia e Grecia.
La reazione del Governo italiano ha costretto Angela Merkel alla retromarcia, lasciando Emmanuel Macron con il cerino in mano.
Nel frattempo l’Ambasciatore presso l’UE, Maurizio Massari, avanza una riserva formale dell’Italia sui fondi per la Turchia e quelli per l’Africa.
Facendo saltare i piani di Macron che non voleva che ai fondi per l’Africa accedesse la Libia. I fondi servirebbero, tra l’altro, per creare “hot spot” nei Paesi di transito e di partenza.
Ma, secondo Macron, la situazione in Libia è troppo instabile per poter aprire centri di identificazione, e gestire la situazione in autonomia.
Macron non gradisce che vengano erogati fondi ai Paesi Africani. Parigi perderebbe la presa
E i Paesi di transito (Niger, Nigeria, Ciad, Mali eccetera) sono proprio i Paesi in cui la Francia ha interessi. Non può certo correre il rischio che si verifichi una “destabilizzazione non controllata”. L’unica destabilizzazione accettata (e agevolata e sostenuta) è quella di Boko Haram. Serve a mantenere buoni gli stessi Paesi. Che non si sognino di svincolarsi dal giogo francese.
Certo, dimentica un passaggio: La Francia è stata in prima fila nella decisione di deporre Gheddafi, alimentando dunque l’attuale caos libico. Ed è a causa di ciò che l’Italia deve dunque fare i conti con una Tripoli sempre più nodo fondamentale per la rotta mediterranea.
Per Macron, quindi, occorre mantenere l’accordo di Dublino così com’è e creare centri di identificazione in Sicilia.
In tal modo, con l’esercito alla frontiera di Ventimiglia per impedire il passaggio in Francia, i “migranti”, prodotti dal colonialismo francese restano tutti in Italia.
Un dato: al Fondo per l’Africa mancano circa 1,3 miliardi di Euro. La Francia è fra i Paesi che ancora non ha versato un centesimo.
La riserva ufficiale annotata dal nostro Ambasciatore, quindi, crea un certo “nervosismo” in Macron.

E Macron sbrocca

La ritrovata dignità italiana ha fatto dare di matto Emmanuel Macron.
La diagnosi del Prof. Segatori (video all’inizio del post) è del Maggio 2017:
Vediamo le crisi isteriche di Macron nel momento in cui l’ammirazione viene meno

Figurarsi. Con il nuovo governo italiano non gliene sta andando bene una. Altro che crisi isteriche!

fonte http://ilcappellopensatore.it/2018/06/macron-psicopatico-in-crisi-di-nervi/

sabato 23 giugno 2018

OGGI, 3 ANNI FA, RENZI FIRMAVA ACCORDO PER SBARCARE IN ITALIA TUTTI I CLANDESTINI



Oggi, tre anni fa, il governo italiano firmò l’accordo ‘grazie’ al quale tutti i clandestini prelevati in Libia da tutte le navi straniere – Ong comprese – sarebbero stati scaricati poi in Italia.
Quell’accordo ci è costato centinaia di migliaia di clandestini da ospitare in hotel:
fonte http://www.tg-quotidiano.net/2018/06/19/1706/

La Merkel si piega, Macron impazzisce: ma quant’ è grande questa Italia?

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Riepiloghiamo. La Merkel e Macron stringono un accordo a due che prevede il diritto di rispedire nel Paese di prima accoglienza, ovvero soprattutto l’Italia, i migranti che riescono a raggiungere altri Paese. Il premier Conte e il ministro degli Interni Salvini si arrabbiano, picchiano i pugni sul tavolo e minacciano di disertare il vertice europeo di Bruxelles.
In altri tempo Berlino e Parigi avrebbero fatti spallucce, perché l’Italia smidollata a cui erano abituati avrebbe fatto spallucce. Ma stavolta no. Bastano poche ore e la Merkel compie un gesto inimmaginabile, si rimangia tutto estraccia l’accordo con Parigi.
Macron reagisce a modo suo, svelando ancora una volta il lato autoritario e sprezzante del suo carattere; denuncia “i populisti che si diffondono come la lebbra”. Non nomina l’Italia, ma il riferimento è esplicito. E a rimetterlo in riga in pochi minuti è il vicepremier Di Maio.
Il governo di Roma è così forte da piegare la Germania e da mandare in crisi (d’isteria) la Francia, che non sa più come domare un Paese troppo a lungo considerato alla stregua di una servile colonia..
Come cambia il mondo e quant’è grande questa Italia?
Siatene fieri. E abbiate fiducia.
https://ununiverso.it/2018/06/22/la-merkel-si-piega-macron-impazzisce-ma-quant-e-grande-questa-italia/

Barbarie negli Emirati Arabi Uniti e in Arabia Saudita - Yemeniti imprigionati senza ragione e torturati

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Speravo che questa notizia  di "nenanews" fosse ripresa dai media mainstream: "Yemen. Detenuti torturati e violentati da militari degli Emirati Arabi Uniti".  Invece è rimasta molto nascosta e provo ad allargarne la conoscenza. Quanto denunciato è un ulteriore prova della disumanità della aggressione allo Yemen da parte della coalizione a guida saudita che utilizza anche armi vendute dall'Italia all'Arabia saudita, agli Emirati Arabi e ad altri membri dell'alleanza sunnita. 

Ho inserito anche una nuova petizione, lo so ce ne sono tante, dove accenno alle molte voci in Italia contro la vendita di armi italiane ai sauditi, che non si concretizzano però in una azione continua e decisa per bloccare davvero questo commercio sanguinoso.

https://www.petizioni24.com/bloccare_subito_la_vendita_di_armi_italiane_all_arabia_saudita_agli_emirati_arabi_e_a_tutti_gli_alleati_della_coalizione_araba_impegnata_nella_guerra_in_yemen

Sarebbe importante rilanciare la campagna ora che è sotto attacco il porto Hodeida dove passano gli aiuti umanitari. Sarebbe importante che Avvenire, M5S, Le Iene, la Rete Disarmo, esprimessero di nuovo oggi quello che hanno denunciato mesi fa ed ha portato anche a depositare esposti alla procura di Roma e Cagliari, Un esposto alla procura è stato fatto anche da Alessandro Di Battista e altri parlamentari del M5S. Sarebbero necessari azioni in strada e davanti a sedi lussuose, di società o di ambasciate, dove si organizzano questi traffici redditizi che provocano catastrofi.

Sarebbero necessarie molte azioni diverse, per il momento segnalo l'articolo di nenanews:  YEMEN.Ho http://nena-news.it/yemen-detenuti-torturati-e-violentati-da-militari-degli-emirati/ 


http://altracalcata-altromondo.blogspot.com/2018/06/barbarie-negli-emirati-arabi-uniti-e-in.html

La lebbra europea: quella del vomitevole, xenofobo Macron





La brutta notizia è che c’è ancora una parte di Italia (e di Francia) disposta a farsi prendere per i fondelli da un sinistro teatrante come Emmanuel Macron, ultimo erede di una famiglia di serial killer politici travestiti da statisti, pronti a indossare la maschera dell’orco (Van Rompuy, Schaeuble) o quella del pagliaccio finto-buono (Juncker, Prodi). L’Ogm Macron è una via di mezzo, un ibrido perfetto tra eleganza formale e trivialità sostanziale. Chiama i poveri “sdentati”, definisce l’attuale politicaitaliana “vomitevole”. E arriva a classificare “lebbra d’Europa” i movimenti democratici anti-establishment, dopo che Salvini e Di Maio hanno ridotto a carta straccia l’ultimo piano anti-Italia approntato per i migranti insieme ad Angela Merkel, altro fossile vivente di un’Europaorrenda e mascalzona, che in vent’anni non ha prodotto altro che crisie paura, terrorismo, diffidenza e risentimenti fra nazioni che avrebbero dovuto essere “sorelle”. L’Italia ancora dormiente – ormai minoranza, a quanto pare, arroccata attorno al patetico mainstream cartaceo e radiotelevisivo – non ha ancora capito chi è il fantoccio Macron, chi ne muove i fili, da quale curriculum proviene l’ombra nera che si aggira per l’Eliseo, attorno al presidente che insulta e minaccia – né più né meno come un monarca, indispettito dalle sconcertanti pretese del popolo. Chi si credono di essere, questi pezzenti italiani?
Parole che ricordano quelle del mentore di Macron, il tristemente celebre Jacques Attali: ma cosa crede, la plebaglia europea, che l’euro l’abbiamo creato per la loro felicità? Un grande economista francese, Alain Parguez, invitato a Rimini da Paolo Barnard per il primo, storico summit sulla sovranità monetaria, lavorò all’Eliseo – insieme ad Attali – con il presidente socialista Mitterrand, ai tempi in cui la Francia era ancora la Francia, e non un mero ingranaggio dell’euro-imbroglio. Insigne accademico, Parguez racconta dello smottamento “reazionario” dello stesso Mitterrand, fortemente propiziato dal potente gruppo di pressione incarnato proprio da Attali, che Parguez definisce «un monarchico, travestito da socialista». Avvertimenti: dopo l’omicidio del leader socialdemocratico Olof Palme in Svezia, Mitterrand deve aver intuito quale trattamento sarebbe stato riservato ai “ribelli”, ai leader contrari al nuovo ordine neoliberista in fase di insediamento, in Europa. Dopo la parentesi di Jacques Chirac, che tenne la Francia fuori dalla Guerra del Golfo, il potere“nero” conquistò direttamente l’Eliso, non più restando dietro le quinte ma piazzando il suo uomo – Nicolas Sarkozy – sulla poltrona presidenziale. Risultati tangibili: orrore e violenza, il Medio Oriente in fiamme, la nascita dell’Isis, la macelleria della Libia.
Da Sarkozy – ora finalmente nei guai con la giustizia francese – lo stesso linguaggio da saloon esibito da Macron: «Ne avete abbastanza di questa feccia», disse, agli abitanti “bianchi” delle banlieues parigine “infestate” di migranti. «Ora ci penseremo noi a toglierli di mezzo». Poi venne il tempo del socialista incolore François Hollande, fotocopia (molto sbiadita) del repubblicano Chirac. Hollande, ha svelato Gioele Magaldi nel suo saggio “Massoni”, militava nella superloggia progressista “Fraternitè Verte”, a cui aveva promesso la fine del rigore socio-economico. Ma il suo governo è stato letteralmente travolto dall’emergenza terrorismo, dalla strage di Charlie Hebdo a quella del Bataclan, fino al massacro di Nizza. Sotto ricatto, con servizi segreti “colabrodo” e ministri sempre più “di destra” (fino all’esordiente Macron), Hollande ha tradito ogni promessa elettorale, imponendo ai lavoratori francesi l’harakiri della Loi Travail, il Jobs Act transalpino, destinato a favorire le aziende penalizzando i dipendenti. Contro l’ectoplasmatico Hollande, ennesimo politico di sinistra passato armi e bagagli al neoliberismo dell’ultra-destra economica, in Francia si è levata la protesta sovranista di Marine Le Pen, votata però alla sconfitta per via delle tare xenofobe del suo Front National. A quel punto, l’élite “nera” ben rappresentata da personaggi come Attali ha fatto la sua mossa, lanciando l’erede di Sarkozy: Emmanuel Macron.
Un enfant prodige venuto dal nulla, lo presentarono i giornali, per i quali “il nulla” può essere, eventualmente, anche la filiale bancaria francese della famiglia Rothschild. Corressero il tiro: Macron, scrissero, almeno sul piano politico è un self-made assoluto. Falso, anche questo: il suo maestro Attali è stato (ed è) uno degli uomini di poterepiù influenti d’Europa. Milita saldamente ai vertici della massoneria sovranazionale di stampo oligarchico, abilissima nell’infiltrare la sinistra europea traviandone i leader, dall’anziano Mitterrand all’allora giovane D’Alema. Banche e multinazionali, con un’unica cabina di regia per le grandi operazioni politiche: una su tutte, l’Unione Europeasenza democraziae la moneta europea senza sovranità. Da quella scuola – la più pericolosa, per l’Europa– proviene Emmanuel Macron: è l’ennesimo avatar del poterenero, insinuatosi nelle istituzioni per svuotarle ulteriormente di democrazia, sulla rotta della privatizzazione universale. Una teologia funesta e spacciata per verità di fede, insieme al dogma dell’austerity – tagliare la spesa pubblica per impoverire la classe media, moltiplicando i profitti stellari dell’élite anche grazie al dumping salariale garantito dai migranti, a loro volta costretti a fuggire dai paesi d’origine, saccheggiati sempre dalla medesima oligarchia.
Sarebbe un errore madornale equiparare Macron alla Francia o, peggio ancora, ai francesi come popolo: il piccolo monarca per conto terzi, insediato all’Eliseo dalla peggior risma di parassiti in circolazione in Europa, ha ormai contro la maggioranza dei suoi connazionali. Lo contestano i sindacati, la sinistra di Mélenchon, il Fronte Nazionale della Le Pen. L’elettore medio – operaio, impiegato, agricoltore, imprenditore – ha capito che Emmanuel Macron non è l’uomo che sembrava essere: non sta dalla parte dei francesi, è manovrato da padroni potenti che non amano nessuno e detestano tutti – i francesi, gli italiani, i greci e ogni altra “plebaglia europea”, per citare l’ineffabile Attali. E’ questa, fin fondo, la buona notizia: i popoli stanno cominciando a capire con chi hanno davvero a che fare. E in questa spettacolare procedura di sofferta autocoscienza ha un ruolo di primissimo piano proprio il neonato governo italiano, antropologicamente diversissimo dai predecessori: per i padroni occulti di Macron dev’essere un film dell’orrore, l’inaudito spettacolo dei ministeri italiani occupati da grillini e leghisti. Ringhia, Macron, perché è il cane da guardia di un palazzo oscuro che adesso comincia ad avere paura del popolo. Insulta e minaccia, Macron, perché – come i suoi padroni – sa che i popoli di tutta Europa(cominciando da quello francese) guardano l’Italia che sfida Bruxelles, e prendono nota. Il tempo dei Macron potrebbe finire prima del previsto.
La prima a capirlo è stata Angela Merkel, sveltissima a indossare i panni improbabilissimi dell’amicona dell’Italia, paese che il suo governo ha letteralmente azzoppato a colpi di rigore: la sola operazione Monti, decisa tra Berlino e Francoforte nei santuari supermassonici frequentati da ex italiani come Mario Draghi, è costata al nostro paese la perdita di 400 miliardi di Pil e del 25% del potenziale industriale del “made in Italy”. Rideva, Angela Merkel – insieme al suo compagno di merende Sarkozy – quando i mediaitaliani colonizzati dallo straniero bombardavano a tappeto il lebbroso di turno, l’inguardabile Berlusconi. Oggi alla Merkel (e al suo nuovo sodale, Macron) è passata di colpo la voglia di ridere: finalmente, l’Italia li preoccupa. «L’Italia traccia le strade», disse il l’esoterista rosacrociano Rudolf Steiner, pensando al Rinascimento: una quasi-profezia ben nota ai massoni reazionari del massimo potere, quali Sarkozy, Merkel, Macron e compagnia complottante.
La loro paura è che la strada tracciabile oggi dall’Italia gialloverde, vera e propria incognita politica, sia quella di un’Europada rivoltare da cima a fondo, sfrattando dai loro troni gli usurpatori regnanti, i piccoli boss del nuovo, deprimente Sacro Romano Impero costruito con l’imbroglio, la frode finanziaria, la menzogna economistica, il crimine sociale dell’ordoliberismo mercantilista post-capitalistico e parassitario. Un regime occulto, a cui i governi fanno da paravento istituzionale. Un sistema autoritario e privatistico, sleale, scorretto e bugiardo, governato nell’ombra da élite che detestano il popolo, la democraziae la plebaglia europea nel suo insieme, mezzo miliardo di straccioni e lebbrosi, a cui oggi l’Italia potrebbe tracciare una nuova strada, meno lorda di sangue greco e africano, di strazio italiano inferto dai tagli – senza anestesia – su lavoro e pensioni, sanità e scuola. Il consenso democratico di cui oggi godono Salvini e Di Maio, almeno il 60% degli elettori, l’ometto Macron se lo può solo sognare. Infatti gracchia, stizzito come un qualsiasi dittatore pericolante, i suoi insulti razzisti e xenofobi – un regalo illuminante, per chi ancora non aveva capito chi fosse, davvero, il micro-napoleonico Emmanuel Macron.
La brutta notizia è che c’è ancora una parte di Italia, insieme a una parte di Francia, disposta a farsi prendere per i fondelli da un sinistro teatrante come Emmanuel Macron, ultimo erede di una famiglia di serial killer politici travestiti da statisti, pronti a indossare la maschera dell’orco (Van Rompuy, Schaeuble) o quella del pagliaccio finto-buono (Juncker, Prodi). L’Ogm Macron è una via di mezzo, un ibrido perfetto tra eleganza formale e trivialità sostanziale. Chiama i poveri “sdentati”, definisce l’attuale politica italiana “vomitevole”. E arriva a classificare “lebbra d’Europa” i movimenti democratici anti-establishment, dopo che Salvini e Di Maio hanno ridotto a carta straccia l’ultimo piano contro l’Italia approntato per i migranti insieme ad Angela Merkel, altro fossile vivente di un’Europa mascalzona, che in vent’anni non ha prodotto altro che crisi e paura, insicurezza sociale, terrorismo, diffidenza e risentimenti fra nazioni che avrebbero dovuto essere “sorelle”. L’Italia ancora dormiente – ormai minoranza, a quanto pare, arroccata attorno al patetico mainstream cartaceo e radiotelevisivo – non ha ancora capito chi è il fantoccio Macron, chi ne muove i fili, da quale curriculum proviene l’ombra nera che si aggira per l’Eliseo, attorno al presidente che insulta e minaccia – né più né meno come un monarca, indispettito dalle sconcertanti pretese del popolo. Chi si credono di essere, questi pezzenti italiani?
Parole che ricordano quelle del mentore di Macron, il tristemente celebre Jacques Attali: ma cosa crede, la plebaglia europea, che l’euro l’abbiamo creato per la loro felicità? Un grande economista francese, Alain Parguez, invitato a Rimini da Paolo Jacques AttaliBarnard per il primo, storico summit sulla sovranità monetaria, lavorò all’Eliseo – insieme ad Attali – con il presidente socialista Mitterrand, ai tempi in cui la Francia era ancora la Francia, e non un mero ingranaggio dell’euro-imbroglio. Insigne accademico, Parguez racconta del progressivo smottamento “reazionario” dello stesso Mitterrand, fortemente propiziato dal potente gruppo di pressione incarnato proprio da Attali, che Parguez definisce «un monarchico, travestito da socialista». Avvertimenti: dopo l’omicidio del leader socialdemocratico Olof Palme in Svezia, Mitterrand deve aver intuito quale trattamento sarebbe stato riservato ai “ribelli”, ai leader contrari al nuovo ordine neoliberista in fase di insediamento, in Europa. Dopo la parentesi di Jacques Chirac, che tenne la Francia fuori dalla Guerra del Golfo, il potere “nero” conquistò direttamente l’Eliso, non più restando dietro le quinte ma piazzando il suo uomo – Nicolas Sarkozy – sulla poltrona presidenziale. Risultati tangibili: orrore e violenza, il Medio Oriente in fiamme, la nascita dell’Isis, la macelleria della Libia.
Da Sarkozy – ora finalmente nei guai con la giustizia francese – lo stesso linguaggio da saloon esibito da Macron: «Ne avete abbastanza di questa feccia», disse, agli abitanti “bianchi” delle banlieues parigine “infestate” di migranti. «Ora ci penseremo noi a toglierli di mezzo». Poi venne il tempo del socialista incolore François Hollande, fotocopia (molto sbiadita) del repubblicano Chirac. Hollande, ha svelato Gioele Magaldi nel suo saggio “Massoni”, militava nella superloggia progressista “Fraternitè Verte”, a cui aveva promesso la fine del rigore socio-economico. Ma il suo governo è stato letteralmente travolto dall’emergenza terrorismo, dalla strage di Charlie Hebdo a quella del Bataclan, fino al massacro di Nizza. Sotto ricatto, con servizi segreti “colabrodo” e ministri sempre più “di destra” (fino all’esordiente Macron), Hollande ha tradito ogni promessa elettorale, imponendo ai lavoratori francesi l’harakiri della Loi Travail, il Jobs Act transalpino, destinato a favorire le aziende penalizzando i dipendenti. Contro l’ectoplasmatico Hollande, ennesimo politico di sinistra passato armi e bagagli al neoliberismo dell’ultra-destra economica, in Francia si è levata la protesta sovranista di Marine Le Pen, votata però alla Alain Parguezsconfitta per via delle tare xenofobe del suo Front National. A quel punto, l’élite “nera” ben rappresentata da personaggi come Attali ha fatto la sua mossa, lanciando l’erede di Sarkozy: Emmanuel Macron.
Un enfant prodige venuto dal nulla, lo presentarono i giornali, per i quali “il nulla” può essere, eventualmente, anche la filiale bancaria francese della famiglia Rothschild. Corressero il tiro: Macron, scrissero, almeno sul piano politico è un self-made assoluto. Falso, anche questo: il suo maestro Attali è stato (ed è) uno degli uomini di potere più influenti d’Europa. Milita saldamente ai vertici della massoneria sovranazionale di stampo oligarchico, abilissima nell’infiltrare la sinistra europea traviandone i leader, dall’anziano Mitterrand all’allora giovane D’Alema. Banche e multinazionali, con un’unica cabina di regia per le grandi operazioni politiche: una su tutte, l’Unione Europea senza democrazia e la moneta europea senza sovranità. Da quella scuola – la più pericolosa, per l’Europa – proviene Emmanuel Macron: è l’ennesimo avatar del potere nero, insinuatosi nelle istituzioni per svuotarle ulteriormente di democrazia, sulla rotta della privatizzazione universale. Una teologia funesta e spacciata per verità di fede, insieme al dogma dell’austerity – tagliare la spesa pubblica per impoverire la classe media, moltiplicando i profitti stellari dell’élite anche grazie al dumping salariale garantito dai migranti, a loro volta costretti a fuggire dai paesi d’origine, saccheggiati sempre dalla medesima oligarchia.
Sarebbe un errore madornale equiparare Macron alla Francia o, peggio ancora, ai francesi come popolo: il piccolo monarca per conto terzi, insediato all’Eliseo dalla peggior risma di parassiti in circolazione in Europa, ha ormai contro la maggioranza dei suoi connazionali. Lo contestano i sindacati, la sinistra di Mélenchon, il Fronte Nazionale della Le Pen. L’elettore medio – operaio, impiegato, agricoltore, imprenditore – ha capito che Emmanuel Macron non è l’uomo che sembrava essere: non sta dalla parte dei francesi, è manovrato da padroni potenti che non amano nessuno e detestano tutti – i francesi, gli italiani, i greci e ogni altra “plebaglia europea”, per citare l’ineffabile Attali. E’ questa, in fondo, la buona notizia: sembra che i popoli stiano cominciando a capire con chi hanno davvero a che fare. E in questa spettacolare procedura di sofferta autocoscienza ha un ruolo di primissimo piano proprio il neonato governo italiano, antropologicamente diversissimo dai precedenti: per iSarkozy e Merkelpadroni occulti di Macron dev’essere un film dell’orrore, l’inaudito spettacolo dei ministeri italiani occupati da grillini e leghisti. Ringhia, Macron, perché è il cane da guardia di un palazzo oscuro che adesso comincia ad avere paura del popolo. Insulta e minaccia, perché – come i suoi padroni – sa che i popoli di tutta Europa (cominciando da quello francese) guardano l’Italia che sfida Bruxelles, e prendono nota. Il tempo dei Macron potrebbe finire prima del previsto?
La prima a capirlo è stata Angela Merkel, sveltissima a indossare i panni improbabilissimi dell’amicona dell’Italia, paese che il suo governo ha letteralmente azzoppato a colpi di rigore: la sola operazione Monti, decisa tra Berlino e Francoforte nei santuari supermassonici frequentati da ex italiani come Mario Draghi, è costata al nostro paese la perdita di 400 miliardi di Pil e del 25% del potenziale industriale del “made in Italy”. Rideva, Angela Merkel – insieme al suo compagno di merende Sarkozy – quando i media italiani colonizzati dallo straniero bombardavano a tappeto il lebbroso di turno, l’inguardabile Berlusconi. Oggi alla Merkel (e al suo nuovo sodale, Macron) è passata di colpo la voglia di ridere: finalmente, il nostro paese li preoccupa. Macron con Attali«L’Italia traccia le strade», disse l’esoterista rosacrociano Rudolf Steiner, pensando al Rinascimento: una quasi-profezia ben nota ai massoni reazionari del massimo potere, quali Sarkozy, Merkel, Macron e compagnia complottante.
La loro paura è che la strada tracciabile oggi dall’Italia gialloverde, vera e propria incognita politica, sia quella di un’Europa da rivoltare da cima a fondo, sfrattando dai loro troni gli usurpatori regnanti, i piccoli boss del nuovo, deprimente Sacro Romano Impero costruito con l’imbroglio, la frode finanziaria, la menzogna economicistica, il crimine sociale dell’ordoliberismo mercantilista post-capitalistico e parassitario. Un regime occulto, a cui i governi fanno da paravento istituzionale. Un sistema autoritario e privatistico, sleale, scorretto e bugiardo, governato nell’ombra da élite che detestano il popolo, la democrazia e la plebaglia europea nel suo insieme, mezzo miliardo di straccioni e lebbrosi, a cui oggi l’Italia potrebbe tracciare una nuova strada, meno lorda di sangue greco e africano, di strazio italiano inferto dai tagli – senza anestesia – su lavoro e pensioni, sanità e scuola. Il consenso democratico di cui oggi godono Salvini e Di Maio, almeno il 60% degli elettori, l’ometto dell’Eliseo può solo sognarselo. Infatti gracchia, stizzito come un qualsiasi dittatore pericolante, sibilando i suoi insulti razzisti e xenofobi – un regalo illuminante, per chi ancora non aveva capito chi fosse, davvero, il micro-napoleonico Macron.
fonte http://www.libreidee.org/2018/06/la-lebbra-europea-quella-del-vomitevole-xenofobo-macron/

Spuntano carte e prove bollenti, crolla l’impero di Napolitano



Di Maurizio Blondet
maurizioblondet.it
Spuntano carte e prove bollenti, crolla l’impero di Napolitano: TG e media di regime nascondono la verità agli italiani sullo spread
(MB: Non ci posso credere. Ci sarebbe dunque un giudice a Milano?)
Alla sbarra i responsabili del crollo finanziario dell’Italia, per favorire il commissariamento del paese con la regia di Giorgio Napolitano? La prima banca tedesca, Deutsche Bank, con alcuni dei suoi ex top manager è indagata dalla Procura di Milano per la mega-speculazione in titoli di Stato italiani effettuata nel primo semestre del 2011. Operazione che contribuì a far volare lo spread dei rendimenti tra i Btp e i Bund tedeschi e a creare le condizioni per dimissioni del governo Berlusconi, a cui subentrò l’esecutivo di Mario Monti, con in tasca la ricetta “lacrime e sangue” per l’Italia, dalla legge Fornero sulle pensioni al pareggio di bilancio in Costituzione. Secondo l’“Espresso”, che ricostruisce la vicenda svelandone i dettagli, l’ipotesi di reato è la manipolazione del mercato, avvenuta attraverso operazioni finanziarie finite sotto la lente dei pm per un totale di circa 10 miliardi di  euro.
Affari realizzati da Deutsche Bank dopo il crac della Grecia, quando la crisi del debito pubblico cominciava a minacciare altri paesi mediterranei, tra cui Italia e Spagna, scrive Marcello Zacché sul “Giornale”.
A onor del vero, scrive Zacché, l’indagine sul gruppo bancario di Francoforte è vecchia di due anni, avviata dalla Procura pugliese di Trani (già attivasi in altri procedimenti finanziari come per esempio quello contro le agenzie di rating). E nel settembre scorso è arrivato l’avviso di conclusione delle indagini, con i magistrati pugliesi pronti a chiedere il rinvio a giudizio di cinque banchieri che guidavano il gruppo nel 2011 (tra cui l’ex presidente Josef Ackermann e gli ex ad Anshuman Jail e Jurgen Fitschen) e della stessa Deutsche Bank. Poi però non se n’era saputo più nulla. Ora invece si apprende che l’indagine è stata trasferita a Milano dalla Corte di Cassazione, per motivi di competenza territoriale, su richiesta dei difensori della banca. «Come noto – ricorda il “Giornale” – la vicenda riguarda la forte riduzione negli investimenti in titoli di Stato italiani avvenuta nei primi sei mesi del 2011, quando Deutsche Bank smobilitò 7 dei circa 8 miliardi dei Btp che deteneva, comunicando tutto soltanto il 26 luglio». Una notizia bomba, tanto che il “Financial Times” titolò in prima pagina sulla «fuga degli investitori internazionali dalla terza economia dell’Eurozona».
Ora l’indagine che i pm milanesi hanno riaperto ricostruisce l’intera serie di operazioni decise dalla banca tedesca. E, secondo l’accusa, emergerebbe che già alla fine dello stesso mese di luglio del 2011, Deutsche Bank aveva ripreso a comprare Btp (per almeno due miliardi) senza annunciarlo, mentre altri 4,5 miliardi di titoli italiani erano posseduti da un’altra società tedesca acquisita nel 2010 dalla stessa mega-banca. Il 26 luglio, dunque, «Deutsche Bank comunicò le vendite avvenute entro il 30 giugno, ma non gli acquisiti successivi», avendo quindi «venduto prima del crollo dei prezzi, e ricomprato dopo». Una speculazione «che sembra aver fatto perno sulla crisi finanziaria italiana, causandone poi anche quella politica». Mario Monti, incaricato da Napolitano, ha così avuto modo di fare quello che i “mercati” (la Germania) chiedevano da tempo: demolire la domanda interna del paese, il cui Pil è crollato di colpo del 10% insieme alla produzione industriale, calata vertiginosamente del 25% aprendo la porta all’acquisto, a prezzi di saldo, di alcune tra le migliori firme del made in Italy.

Fonte: www.maurizioblondet.it
Link: https://www.maurizioblondet.it/spuntano-carte-e-prove-bollenti-crolla-limpero-di-napolitano-tg-e-media-di-regime-nascondono-la-verita-agli-italiani-sullo-spread/
22.06.2018
https://comedonchisciotte.org/spuntano-carte-e-prove-bollenti-crolla-limpero-di-napolitano/