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mercoledì 4 settembre 2013

La NIA blinda le indagini: ora i Marò rischiano la pena di morte

Nella sua recente visita in India di fine agosto, Staffan de Mistura, l’inviato speciale del governo italiano presso quello indiano per il caso dei Marò, ha fatto un buco nell’acqua. Invece di pretendere spiegazioni dagli indiani sul perchè continuino a detenere illegalmente i due fucilieri italiani, di fatto senza aver neanche formalizzato uno fondato capo d’accusa ad oltre 500 giorni dall’inizio della loro detenzione cautelare, il diplomatico si è limitato a ribadire che gli altri quattro Marò che erano a bordo della Enrica Lexie con Latorre e Girone “per nessuna ragione al mondo saranno inviati a testimoniare in India” come hanno invece reiteratamente richiesto il governo dell’India, i Ministeri degli Interni e degli Esteri di quel paese, nonchè dagli inquirenti della NIA, la National Investigation Agency, una sorta di FBI indiana. Visti i precedenti, la posizione del governo italiano rappresentata da de Mistura somiglia tantissimo ad una negata estradizione di Renato Voglino, Massimo Andronico, Antonio Fontana e Alessandro Conte, che con Latorre e Girone componevano il Nucleo di Protezione Militare che garantiva la sicurezza della Enrica Lexie dall’assalto dei pirati che infestano l’Oceano Indiano tra le coste occidentali dell’India, lo stretto di Hormuz ed il Corno d’Africa. Si ricorderà infatti che i due Marò sequestrati nel Kerala si erano presentati spontaneamente come testi, al fine di collaborare con la polizia portuale di Kochi al riconoscimento di un barca di pirati dai quali erano stati assaliti il pomeriggio del 15 febbraio del 2012. Arrivati come testimoni oculari, Latorre e Girone appena messo piede a terra furono prima trattenuti e poi arrestati come gli autori dell’uccisione di due pescatori indiani a bordo del peschereccio St Antony. Una sorte alla quale adesso giustamente si vogliono sottrarre gli altri quattro componenti del gruppo che rischierebbero seriamente di fare la stessa fine dei primi due se andassero in India.
Il fatto che de Mistura non abbia ottenuto alcun risultato apprezzabile nel suo raid ferragostano a New Delhi non sorprende e sottolinea una volta ancora il pressappochismo ed il totale disinteresse dei governi italiani presieduti prima da Monti e poi da Letta per la vicenda dei due fucilieri. Affidare la conduzione di negoziati per una questione così spinosa e complicata ad una personalità di così basso profilo, ad un semplice diplomatico di carriera privo di qualsiasi potere decisionale e negoziale perchè non riveste alcuna carica governativa e non ha alle spalle alcuno schieramento politico a sostenerlo equivale a pensare che possa essere il buonismo caritatevole del nostro parroco di quartiere la chiave per risolvere le drammatiche crisi che avvolgono Siria od Egitto. In situazioni analoghe, ad esempio nel caso avvenuto in Africa Centrale dell’uccisione di due operai indiani ed il ferimento di molti altri da parte di parà francesi, che avrebbero dovuto proteggerli, ma che invece li avevano scambiati per un gruppo di terroristi, è stato lo stesso Francoise Hollande ad intervenire presso il primo ministro indiano Manmohan Singh risolvendo la questione con la presentazione di scuse formali e la promessa di una inchiesta interna trasparente per gli indiani circa le risultanze della stessa. Per non dire degli Stati Uniti che addirittura consegnarono una nota di protesta ufficiale all’ambasciatore indiano a Washington quando l’anno scorso un pescatore indiano fu ucciso da raffiche di mitraglietta sparate da bordo di una nave della US Navy. Nella nota si accusava l’India di comportamento irresponsabile in quanto consentiva a normali pescherecci di navigare in mari aperti senza la necessaria strumentazione, causando nelle marinerie occidentali frequenti falsi allarmi circa possibili attacchi di pasdaran e di pirati nel Golfo Persico, i quali sono soliti mimetizzarsi da pescatori per avvicinarsi a navi da guerra e mercantili occidentali.
Sulle prime, per forzare la situazione, la NIA aveva annunciato che il rifiuto a testimoniare in India dei quattro Marò avrebbe comportato un allungamento sino a limiti imprevedibili dei tempi per la conclusione dell’istruttoria e quindi il lungo rinvio di un eventuale processo a carico di Latorre e Girone. Però qualcuno a New Delhi ha fatto notare alla NIA l’inconsistenza e la non difendibilità di una posizione pretestuosa del genere, alla luce del fatto che i quattro Marò vanno intesi come testi a favore della difesa, e che inoltre la NIA dispone di tutte le loro deposizioni rese nel corso di interrogatori protrattisi per due mesi un anno e mezzo fa, avendole ereditate dalla polizia del Kerala, e che la stessa NIA ha rifiutato ben tre alternative offerte dall’Italia per raccogliere tali deposizioni, ovvero testimonianze rese per videoconferenza, per rogatoria internazionale o raccolte da funzionari indiani in Italia. Così ora l’agenzia investigativa dell’antiterrorismo indiano ha cambiato idea ed ha preso una decisione che è una vera e propria presa in giro dell’Italia intera, oltrechè una tremenda minaccia per i due Marò ingiustamente accusati : volete tempi rapidi per il processo? Ok, chiudiamo qui la fase istruttoria blindandola come essa è al momento. Una decisione sollecitata dalla Bonino e dal governo italiano quella dei “tempi rapidi” che di fatto, nel modo in cui è scaturita, oggettivamente aggrava, anzichè alleviarla, la posizione processuale dei fucilieri del San Marco.
Tra le cose “non fatte” da de Mistura, quella fondamentale riguarda la competenza giurisdizionale del caso. L’inchiesta era inizialmente in mano agli inquirenti ed alla giustizia del Kerala, ma lo scorso gennaio la Corte Suprema indiana decise per la non competenza di quello stato e dispose che il procedimento fosse affidato ad un tribunale speciale nazionale. Ora ci chiediamo, è mai possibile che un paese come l’India con 1300 milioni di abitanti, una economia emergente a livello planetario, che fa parte del gruppo BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) e che vanta ambizioni da grande potenza bussando reiteratamente alla porta dell’ONU perchè venga cooptata nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU con Russia, Cina, Francia, Regno Unito e Stati Uniti d’America non disponga nel suo sistema giudiziario di un tribunale ordinario idoneo a trattare giuridicamente il caso dei Marò? Perchè allora ricorrere al tribunale della NIA, l’agenzia antiterrorismo creata a seguito dei sanguinosi fatti di Mumbay del 2008, quando terroristi filopakistani che rivendicano la sovranità sul Kashmir posero in atto 12 attacchi contemporanei che causarono la morte di 164 persone ed il ferimento di altre 368. Nell’atto costitutivo dell’Agenzia, alla NIA si demanda il compito di indagare su fatti di terrorismo che per la loro gravità prevedano l’applicazione SOLO della pena di morte secondo quanto previsto dal codice penale indiano. Come descrisse in dettaglio il quotidiano di Calcutta The Telegraph in un articolo di approfondimento apparso nel suo numero del 5 aprile di quest’anno, dal titolo significativo: “Death scope in NIA probe law”, l’obbiettivo delle indagini affidate alla NIA è solo quello dell’applicazione della pena di morte, nient’altro. Ora i Marò saranno giudicati da un tribunale costituito da magistrati della NIA che si baseranno sulle risultanze di una istruttoria che si rifarà in pieno al FIR (First Investigations Report), cioè ai verbali delle indagini preliminari condotte in modo ignobile ed assolutamente approssimativo e precostituito dalla polizia del Kerala.
Qualcuno in Italia, da quella parte politica ben identificabile che a suo tempo mobilitò l’opinione pubblica nazionale ed europea e chiese persino l’intercessione del Pontefice e del governo francese per ottenere la liberazione della Giuliana Sgrena, giornalista del Manifesto che si era “fatta catturare” dai talebani in Iraq per dimostrare che questi erano vittime dell’imperialismo e non volgari terroristi, liberazione costata milioni di euro e la morte di un fedele servitore dello Stato, Nicola Calipari, ecco dicevamo, quella parte politica sosterrà che nel caso in oggetto dei Marò, sia il primo ministro Singh, così come il ministro degli Affari Esteri Salman Khurshid, abbiano a suo tempo ampiamente rassicurato, anche per iscritto, il governo italiano che essi non corrono il rischio di condanna a morte. Questo accadde lo scorso gennaio, quando sembrava che i due fucilieri potessero essere trattenuti in Italia in occasione del loro arrivo per partecipare alle elezioni. Poi si sa come sia andata a finire. Questa posizione “buonista” ed improntata ad irresponsabile ottimismo delle nostre istituzioni non ha alcun riscontro nei fatti, nè alcun fondamento giuridico. Intanto di quanto ci si possa fidare delle parole, o anche delle lettere, degli indiani lo dimostra la vicenda surreale e kafkiana che stanno vivendo i Marò, detenuti senza uno straccio di indizio della loro colpevolezza e malgrado le numerose prove della loro innocenza. Ma quello che preoccupa sono i risvolti giuridici che una macchina giustizialista mostruosa sta producendo a danno dei due fucilieri del San Marco.
Dopo l’uscita accomodante dei “politici” indiani, funzionari della NIA che appartengono sia alla sfera inquirente, che a quella giudiziaria, a più riprese hanno tenuto a precisare che “in base all’ovvia indipendenza garantita alla magistratura, anche a quella antiterroristica, da qualsiasi altro potere dello stato, la politica esprime pareri che non condizionano e non influenzano le decisioni che il potere giudiziario assume nell’ambito delle proprie competenze ed in piena autonomia di giudizio”. Questo significa in India quello che significa in Italia, cioè che la magistratura prende le decisioni in perfetta autonomia e che l’esito dei processi si decide nei tribunali sulla base delle risultanze processuali, non nelle aule del Parlamento o nelle stanze delle cancellerie in base a ragioni di opportunità politica od economica. Ergo, le assicurazioni di Singh e Khurshid non hanno alcun valore e lasciano il tempo che trovano. A contare sono invece le dichiarazioni di funzionari della NIA che hanno fatto propria la decisione dei magistrati del Kerala, confermata e sottolineata con la blindatura dell’istruttoria, di processare i Marò nell’ambito del SUA Act del 2002 “Suppression of Unlawful Acts Against Safety of Maritime Navigation and Fixed Platforms”, mirato a reprimere qualsiasi azione terroristica svolta in mare lungo la piattaforma continentale su navi o piattaforme off shore per l’estrazione di idrocarburi o nella conduzione di altre attività. Il SUA è l’unica legge che la NIA è chiamata ad applicare in mare, per cui se i Marò fossero rinviati a giudizio per omicidio, l’unica pena prevista per loro sarebbe quella capitale per impiccagione. Se veramente la politica indiana avesse voluto scongiurare questo esito letale, avrebbe affidato il procedimento ad un tribunale ordinario di New Delhi. Sic rebus stantibus, qual è il grado di credibilità di quelli che cercano di tranquillizzarci in India ed Italia?
Va precisato che al termine dell’istruttoria condotta nel Kerala, la locale pubblica accusa aveva richiesto il rinvio a giudizio dei Marò per omicidio ed altri reati, secondo quanto previsto alle sezioni 302 (omicidio), 307 (tentato omicidio), 427 (danneggiamento grave e volontario), 34 (intenzione di offendere) del Codice Penale indiano. Questi capi di accusa rientrano tra quelli richiamati all’Art. 3 del SUA Act 2002 che stabilisce la sentenza di morte per gli imputati, che ora che l’inchiesta è passata nelle sue mani la NIA sarà chiamata ad applicare pedissequamente nel caso ai due Marò fosse impedito, cosa tutt’altro da escludere con l’aria che tira, di potersi difendere producendo quelle controdeduzioni sull’orario della sparatoria, sul peschereccio che non era il St Antony, sugli errori e le manipolazioni delle perizie balistiche che la NIA non ha voluto considerare con la decisione di cristallizzare l’istruttoria a quanto a suo tempo emerso nelle pseudo-indagini del Kerala. Di questo si sarebbe dovuta preoccupare la Bonino, non dell’orario degli aerei per prevedere se i Marò passeranno a casa il Natale od il Capodanno.
Da un punto di vista meramente giuridico, l’unica possibilità certa che i Marò possano scampare al rischio di pena di morte era legata alla conduzione ex novo da parte della NIA delle indagini sui fatti loro contestati che permettessero di prendere atto della loro estraneità all’omicidio dei due pescatori e conducessero ad un non luogo a procedere. Ma adesso che la NIA ha blindato letteralmente in un “water-tight case”, cioè in un “contenitore a tenuta stagna”, il FIR prodotto dalla polizia del Kerala, l’esito del processo sembra segnato a danno dei Marò. Se non sarà, come purtroppo si prospetta, un processo giusto e trasparente, sarà pressochè impossibile alla difesa dimostrare che le perizie balistiche sono totalmente sbagliate perchè gli “esperti” indiani, quelli di parte non erano stati ammessi, prima hanno sostenuto che si trattava di proiettili del calibro in dotazione NATO, salvo poi cambiare (correggendo a mano la perizia dell’anatomopatologo!) il calibro quando si sono accorti che si erano confusi e che il calibro che avevano stabilito non era affatto compatibile con quello della NATO. E non sarà neanche dimostrabile che, se fosse vero quello che ora afferma il comandante del St Antony Freddy Bosco, cioè che dalla Lexie hanno sparato per un minuto e mezzo circa, il St Antony sarebbe affondato sul posto perchè in un minuto e mezzo i sei fucili mitragliatori dei Marò avrebbero scaricato circa seimila proiettili sul peschereccio, che sarebbe stato letteralmente fatto a pezzi. Invece il St Antony è tornato in porto con i propri mezzi e con tutti i vetri intatti. Ma ora il St Antony è stato rottamato e distrutto: c’è qualcuno disposto a credere che la scena del delitto sia stata distrutta per caso o per mera disattenzione?
Tra l’altro c’è una contraddizione di partenza che la parte italiana ha sempre mancato di sottolineare alla parte indiana. Il capo d’accusa presso la Corte Suprema imputa ai Marò l’uccisione dei due pescatori “scambiati per pirati”. Quindi si ammette nero su bianco che da parte di Latorre e Girone, ammesso che siano stati loro a sparargli addosso, ma sappiamo che non è così perchè è dimostrato che loro hanno sparato in acqua alle 16.15, quelli sono stati uccisi alle 21.30, non c’era alcuna intenzione di fare il tiro a bersaglio con dei poveri pescatori, ma che sono intervenuti solo perchè li hanno scambiati per pirati. Ma allora come fanno ad accusarli di omicidio volontario come hanno fatto i keralesi e come hanno accettato di fare a scatola chiusa i funzionari della NIA? Rispondendo ad una interrogazione al Parlamento indiano, lo scorso febbraio il ministro degli esteri Khurshid ha affermato che “la giurisprudenza indiana, per la natura dell’incidente per il quale saranno rinviati a giudizio i Marò non prevede la possibilità di condanna a morte”. Esattamente il contrario di quello che abbiamo dimostrato essere la realtà dei fatti come del resto ribadito dalla NIA. Circa un mese fa il ministro è tornato sull’argomento, sostenendo che “nella legislazione indiana quello della buona fede è un valore riconosciuto e molto considerato. E’ evidente che i Marò abbiano agito in buona fede per cui il rischio di condanna a morte è assolutamente da escludere”. Se questo è vero, allora perchè non derubricano l’accusa da omicidio ad omicidio colposo, così saremmo tutti più tranquilli?
Il dr. Staffan de Mistura si è anche “dimenticato” di rinfacciare agli indiani altre cosette fondamentali per portare acqua al mulino dei Marò. In ordine sparso, la prima che ci viene in mente è la giurisdizione territoriale. Dopo tanti traccheggiamenti, la Corte Suprema di New Delhi si è convinta che l’incidente sia avvenuto non nelle acque territoriali indiane, ma nella Contiguous Zone, cioè a 20,5 miglia nautiche dalle coste del Kerala. Questa è una zona a cavallo tra le acque territoriali che si estendono a 12 miglia, e quelle internazionali che cominciano a 24 miglia dalla costa, dove gli stati, nel caso l’India, ritengono di mantenere alcune delle prerogative che discendono dalla piena sovranità sugli specchi d’acqua limitrofi alle coste, ad esempio per il controllo del traffico di armi, di droga, di immigrati clandestini, prerogative che però non sono state regolate da alcuna normativa internazionale. In mancanza di questa, come fa l’India a rivendicare la competenza territoriale nella Contiguous Zone anche per gli incidenti in mare tipo quello capitato al St Antony? Se avesse ragione, le prerogative rivendicate come valide in questa area sarebbero esattamente le stesse che vanno rispettate nelle acque territoriali, per cui non ci sarebbe nessuna necessità di distinguere tra queste e le “acque contigue”. Questo gli indiani fanno finta di non saperlo e noi italiani manchiamo regolarmente di farglielo osservare.
Un altro aspetto la cui importanza travalica, e di molto, quella della competenza giurisdizionale, e che dovrebbe consentire di tagliare la testa al toro nel caso dei Marò, è il “principio di responsabilità funzionale”. In soldoni, questo afferma che il rappresentante di uno Stato sovrano nell’esercizio di funzioni e compiti regolamentati a lui espressamente demandati non è personalmente responsabile delle azioni svolte nell’ambito e nei termini del mandato ricevuto, mentre è lo Stato per conto del quale agisce ad essere responsabile nei confronti di terzi e l’unico ente competente per una valutazione circa il rispetto delle consegne ricevute dal suo funzionario. Gli esempi in merito sono tantissimi. Per Mario Lozano che aprì il fuoco amico sul convoglio della Sgrena causando la morte di Calipari che la protesse dai colpi, la Cassazione ritenne di competenza dei tribunali militari statunitensi valutare sue eventuali responsabilità personali. Lo stesso accadde per la strage del Cermis, quando un aereo USAF che giocava a “perde chi molla” tranciò il cavo della funivia della Val di Fiemme causando la morte di 20 persone. Anche in quel caso la magistratura italiana riconobbe la competenza della corte marziale americana di fronte alla quale comparirono il capitano pilota Richard Ashby ed il suo navigatore capitano Joseph Schweitzer per rispondere di omicidio colposo plurimo ed aggravato da futili motivi.
Ma il precedente più clamoroso è proprio quello che riguarda l’India. Nel 2008 l’ONU fu tempestata di messaggi da autorità locali, capi-villaggio e capitribù della Repubblica Democratica del Congo perchè si provvedesse a sostituire i peacekeepers (i soldati di interposizione tra belligeranti, i famosi caschi blu delle Nazioni Unite) di nazionalità indiana con altri di estrazione europea. Quelle lettere e quei messaggi denunciavano l’indecente ed inaccettabile comportamento dei militari indiani che erano soliti stuprare sistematicamente donne e bambine dei villaggi congolesi che avrebbero dovuto invece proteggere, o ricorrendo a brutale violenza fisica, o esercitando nei loro confronti forti pressioni psicologiche. Un esercizio molto praticato era quello di schierare le affamatissime vittime prescelte di fronte a tavole bandite di ogni ben di Dio, facendo loro capire chiaramente quale fosse il prezzo da pagare per smorzare i morsi della fame e portare via anche qualcosa per i famigliari in attesa nei villaggi. Le autorità congolesi e funzionari dell’ONU avviarono delle indagini che permisero di inchiodare alle loro responsabilità 12 ufficiali e 34 militari indiani. In questo caso, le autorità ed il governo di New Delhi intervennero a rivendicare il rispetto del principio di responsabilità funzionale, assumendosi la responsabilità come Paese nei confronti delle vittime, ma evitando ai propri militari di essere imprigionati nel carcere di Kinshasa (dal quale difficilmente sarebbero usciti vivi, ndr) e di subire un processo nel Congo secondo il codice di giustizia di quel Paese. Infatti, i 46 militari colpevoli furono rimpatriati e giudicati da una corte marziale indiana. Perchè quello che valse per gli indiani ora non dovrebbe valere per gli italiani?
I Marò erano nell’esercizio delle loro funzioni di elementi del Nucleo di Protezione Militaredi a tutela della sicurezza di civili, prevista e regolata nell’ambito di una legislazione nazionale ratificata tra l’altro in Italia ed India, che fa proprie le determinazioni in materia di contrasto alla pirateria di due risoluzioni ONU del 2011, la no. 1970 e la no. 1973, la cui approvazione fu richiesta e sollecitata proprio dall’India per la situazione ormai insostenibile venutasi a creare per la navigazione mercantile, crocieristica ed ittica nell’Oceano Indiano. Quindi, qualsiasi cosa abbiano combinato i Marò, ma è provato che sono totalmente estranei ai fatti loro contestati dagli indiani, è lo Stato Italiano ad essere l’unico responsabile delle loro azioni e dei danni eventualmente provocati, i quali sono peraltro già stati risarciti alle famiglie dei due pescatori periti con una dazione di 150mila euro ciascuna. Altresì, la magistratura italiana è l’unica competente a giudicare da un punto di vista penale la condotta dei due Marò, con procedimenti giudiziari istruiti e svolti in Italia, nei quali l’India può costituirsi parte civile. Questo è esattamente quello che hanno chiesto ed ottenuto i governanti indiani per i loro militari in Congo. Questo è esattamente quello che l’Italia deve chiedere all’India che venga riconosciuto nei confronti di Latorre e Girone, cioè di essere indagati ed eventualmente processati nel loro Paese. Con tutti gli argomenti ed i precedenti di cui si dispone, non ci sembra una cosa così difficile da sostenere e pretendere che venga attuata, una cosa così semplice e lineare che arriviamo a pensare che persino la Bonino e Letta potrebbero riuscire ad ottenere. Si diano da fare ed in fretta, che il tempo passa e l’India per i Marò non è il dolce Salento.

1 commento:

  1. Continuo e ripeto, ci troviamo di fronte ad un popolo TROGLODITA e che ragiona solo con la prepotenza. Se vogliamo i nostri ragazzi bisogna fare un'azione di FORZA, non ci sono altre soluzioni o vogliamo che ci si muova quando non c'è più niente da fare ? Dico queste cose da due anni ma nessuno capisce

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