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mercoledì 2 dicembre 2015

Come hanno cercato di bloccare le democrazie (un Piano C per uscire dall’euro) – Nino Galloni

L’economista Nino Galloni, il “funzionario oscuro che fece paura a Kohl“, torna su Byoblu.com per smontare l’enfasi sulla ripresa economica, per raccontare una storia molto “diversa” sulla nascita dell’ambientalismo e sui veri scopi dell’allarme sui cambiamenti climatici, per spiegare come i Brics abbiano acquisito potere commerciale proprio al fine di limitare lo sviluppo e l’eccessivo benessere, che avrebbero ridotto il controllo e il flusso finanziario dei neo-conservatori, per raccontare cosa c’è dietro all’ascesa e all’uscita di scena di Yanis Varoufakis e, soprattutto, per tracciare una strada non capitalistica per il futuro dell’economia, con il cosiddetto “Piano C” per uscire dall’euro. Ecco la nuova videointervista:
Ultimamente c’è molto entusiasmo nel mondo mainstream, per via di questa ripresa dello 0,3%. Secondo te, questo entusiasmo è giustificato?
Assolutamente no. Prima di tutto noi dobbiamo considerare che l’indicatore più importante, da questo punto di vista, è il reddito disponibile, il reddito pro capite. Quest’ultimo tende a diminuire nel medio termine perchè arriva più gente, diventa residente in Italia più gente di quella che se ne va. Conseguentemente noi abbiamo un aumento della popolazione residente nella media dello 0,5% all’anno. Per contro, abbiamo un aumento del PIL negativo appunto, quindi una diminuzione del PIL, che è stata negli ultimi tempi di 9 punti. Quindi anche se io ho un guadagno dello 0,3 o dello 0,7, quell’anno probabilmente sarò in pari, è 0 in termini di reddito disponibile pro capite. Ma nel medio periodo, in prospettiva, io sto sempre perdendo tantissimo perché ho perso quasi il 10%, ma la popolazione residente mi è aumentata del 5% quindi io ho perso 15 punti di reddito pro capite, di reddito disponibile. Quindi non ci può essere nessuna ripresa.
Questo discorso è molto tecnico: immagino che qualche lettore non ci seguirà. Semplificando, sostanzialmente, la ripresa è una bufala o no?
Diciamo che è una cosa inesatta, per cercare di incoraggiare la gente:“Consumate, state tranquilli, non vi arrabbiate, non vi ribellate, c’è gente che sta peggio, per esempio a Parigi gli sparano, a noi non ci sparano”, queste cose così. Ma la realtà è quella che è.
Ambiente, economia, flussi migratori, alta finanza: stanno succedendo un sacco di cose in questo periodo. Secondo te, sono collegate fra loro?
Noi dobbiamo capire una cosa: il surriscaldamento del pianeta è un problema gravissimo che però si è dato, nella storia dell’umanità e anche quando l’umanità non c’era su questo pianeta, numerosissime volte. Oggi noi abbiamo due circostanze: la prima è che abbiamo una grande presenza di umani sulla terra, la seconda è che questi umani, per la prima volta, oggi, hanno le capacità organizzative e tecnologiche per affrontare il problema. Purtroppo, invece, l’ambientalismo e la decrescita felice, si basano su un modello economico che è insostenibile perché richiederebbe, appunto, che la popolazione diminuisse di più di quanto non diminuisce la produzione; diversamente, non è felice, ma è fortemente infelice perché significa che non solo c’è il surriscaldamento, ma ci impoveriamo pure. Allora, il punto fondamentale è che i teorici della decrescita, fra cui Papa Bergoglio e lo stesso Beppe Grillo, hanno ragione a criticare questo sistema, dicono delle cose giustissime e condivisibilissime. Però, piccolo particolare, non si sono posti un altro problema che invece io mi pongo e cioè: “È un modello sostenibile quello senza sprechi, senza consumi inutili e quant’altro? Qual è il modello sostenibile?” Allora, o proponiamo un modello alternativo e quindi un modello non capitalistico, un modello in cui la moneta non serva per essere risparmiata e non c’è riserva di valore, in cui si parta dall’economia locale, ma poi si arrivi anche, attraverso la ripresa della tecnologia, degli stati, delle infrastrutture, a un maggiore controllo e quindi servizio all’ambiente da parte dell’umanità, perché gli umani sono in grado di affrontare le grandi catastrofi del clima e via dicendo. Allora, il problema è che noi dobbiamo distinguere fra la critica a delle cose che si chiamano corruzione, sprechi, consumi inutili, sviluppo insostenibile, infrastrutture che servono solo per fare affari, ecc. da una parte, con invece un modello macroeconomico sostenibile. Allora, o riesci a fare un modello che sviluppa l’economia locale, esporta le eccedenze e quindi crea le risorse per importare solo le cose necessarie, che sarebbe un modello in equilibrio, ma è “non-capitalistico”. Allora, è chiaro che la grande finanza e i conservatori appoggino questo ambientalismo, perché non vogliono assolutamente che si fuoriesca da questo capitalismo ultrafinanziario che sta puntando alla massimizzazione dell’emissione dei titoli ed è lontanissimo dai problemi dell’economia reale.
Mi spieghi meglio questo legame tra l’alta finanza e il mondo dell’ambientalismo, della decrescita felice?
Allora, tutto nasce all’inizio degli anni ’70, quando si realizza che l’umanità non ha più limiti monetari alla sua crescita perché il dollaro viene sganciato dall’oro e qualunque stato nazionale può stamparsi tutta la moneta di cui ha bisogno, nei limiti dell’occupazione delle proprie risorse, e dall’altra parte, l’umanità ha raggiunto capacità produttive e tecnologiche tali per cui la scarsità non c’è più. A questo punto bisogna trovare un altro limite alla crescita e viene individuato nell’ambiente. C’è chi dice: “Ma se il consumo delle risorse cresce esponenzialmente così come il livello demografico, il pianeta va per aria”.
Perché dici che bisogna trovare un altro limite alla crescita?
Il problema è che quel modello economico che aveva portato al superamento della scarsità, sia materiale sia monetaria, era un modello economico di tipo keynesiano che quindi ci stava portando fuori dal capitalismo e aveva emarginato i proprietari, i capitalisti dai processi produttivi perché l’economia stava diventando sociale, pubblica. A quel punto si muovono i grandi ambienti neoconservatori della banca e della finanza e nasce il movimento ambientalista moderno, che predica la riduzione della produzione, l’ostacolo all’industrializzazione dei paesi in via di sviluppo e soprattutto la diminuzione della popolazione, non avendo assolutamente idea di come possa avvenire la riduzione della popolazione, perché nell’esperienza l’unico modo per contenere la crescita demografica è il benessere, perché quando la gente è povera, è malata, sottoposta a guerre e a genocidi, continua a fare figli, ne fa sempre di più. I poveri fanno più figli, mentre chi sta bene comincia a limitare le nascite e allora lì avviene un riequilibrio.
Stai dicendo che questa narrazione sul clima che cambia, sul surriscaldamento globale, è solo uno stratagemma per limitare uno sviluppo eccessivo?
Ho detto una cosa lievemente diversa, ho detto che negli anni ’70 si erano create condizioni di grande sviluppo, di non limitazione di mezzi monetari e di produzione e consumi materiali, conseguentemente chi si pone il problema di non perdere il potere e di impedire una crescita demografica illimitata, deve inventarsi un altro limite. Quest’ultimo viene trovato nelle risorse del pianeta, che sono limitate, dimenticando che lo sviluppo economico è esattamente il contrario, cioè la riduzione della quantità di oggetti inquinanti e dell’uso di risorse pregiate per unità di prodotto, cioè man mano che c’è crescita produttiva e tecnologica, si riduce la quantità delle risorse per unità di prodotto… delle risorse utilizzate. Viceversa quello a cui abbiamo assistito dopo, cioè la globalizzazione, la limitazione dello sviluppo, l’economia eccessivamente aperta eccetera, hanno portato a una limitazione dello sviluppo economico e tecnologico e hanno favorito invece questi paesi come la Cina, come l’India e come la Russia che hanno avuto l’occasione, voluta dagli ambienti neo-conservatori, di entrare nel mercato internazionale esportando prodotti di bassa qualità tecnologica e sotto ogni profilo che poi hanno ovviamente contribuito di più del previsto all’inquinamento e inoltre sono anche arrivati a dimostrare che i neo-conservatori si erano dati la zappa sui piedi, in quanto poi questi paesi di cui soprattutto la Cina doveva servirsi per andare contro la Russia, invece hanno acquisito un ruolo internazionale che è pari a quello degli Stati Uniti, e quindi…
Questi BRICS (la Russia, la Cina e altri) sono ancora osservatori, oppure oramai sono padroni della scena del commercio internazionale?
La Cina e l’India sono state immesse nel mercato internazionale perchél’obiettivo principale dei neo-conservatori per bloccare le democrazie era la deflazione salariale, cioè più si riducevano i salari nei paesi democratici e più il progetto neo-conservatore aveva successo. Infatti è andata così.
Anche in Italia, mi pare, no?
Direi di si…
Oggi, il ruolo dei BRICS come lo vedi?
Stanno cambiando tutti gli scenari geopolitici del pianeta; lo si vede ad esempio adesso, in questa crisi della Siria, dove in altri tempi avrebbero fatto un intervento di quelli che servivano solo per fare più casino, Assad cadeva e avevamo un altro Iraq, e avevamo un’altra Libia. Invece, praticamente, la situazione è complessa; perché poi dietro la Russia c’è anche la Cina, quindi sanno perfettamente che non possono fare la guerra alla Russia, perché significherebbe fare la guerra alla Cina.
Adesso la Russia sta lavorando per crearsi il suo sistema bancario alternativo.
Sì, hanno iniziato questo discorso di fare una banca mondiale, di fare un fondo monetario internazionale mondiale alternativo; addirittura si era parlato di monete, di circuiti monetari alternativi, però lì vedo che hanno molte resistenze, hanno una grande paura, anche perché non ci dimentichiamo che purtroppo, anche nei secoli, nei decenni passati, il controllo delle banche centrali, anche della stessa Unione Sovietica, era di uomini di Rothschild, non era di compagni “duri e puri” e i Soviet.
Io e te ci siamo conosciuti a una conferenza, nella quale mi colpì molto il tuo racconto del piano per la deindustrializzazione del nostro paese, come partita di scambio per la creazione dell’Euro (c’è un video in rete che ha avuto molto successo). Adesso assistiamo a un processo di deindustrializzazione su larga scala: non più solo italiano, ma addirittura europeo. Secondo te è voluto, oppure avviene per caso, in conseguenza di questi sconvolgimenti economici?
Il punto è che non c’è dubbio (su questo ha ragione Beppe Grillo, tanto per citarne uno) che il comparto manifatturiero debba subire comunque un ridimensionamento, per tutte una serie di ragioni, ma dall’altra parte devono crescere i consumi materiali. Il problema qual è: che mentre nel comparto che decresce, ci sono, c’è spazio per salari e profitti, nel comparto che deve crescere, non c’è spazio per i profitti e non c’è spazio neanche per i salari. E quindi, se non c’è un intervento pubblico (il ripristino della sovranità monetaria), non è possibile fare sviluppare tutti i servizi di cura dell’ambiente, di recupero del patrimonio artistico, immobiliare, la cura degli anziani, dei bambini, ecc…, perché in questi comparti è difficile ridurre la quantità di lavoro per unità di prodotto. Mentre nella manifattura, praticamente lo stiamo facendo, per cui può aumentare anche la domanda, che ne so, di computer, però diminuisce il prezzo e alla fine si arriva ad una saturazione, quindi o si inventa un nuovo prodotto, o si inventa un nuovo processo, ma il risultato finale può essere sempre quello di un calo occupazionale, dove i salari potrebbero essere più alti; se poi dopo non sono alti perché i sindacati non fanno i sindacati, i neo-conservatori riescono, attraverso la concorrenza internazionale, nel modo per ottenere la riduzione dei salari, a controllare la situazione, è un altro discorso. Il punto è che la sfida consiste nel fatto che, da una parte abbiamo dei comparti ad alto profitto, dove non cresce l’occupazione; e dall’altra abbiamo dei comparti a basso profitto dove l’occupazione potrebbe crescere, ma dove mancando il ruolo dello Stato, che ormai è semi-distrutto (e questa è un’altra cosa che accomuna la grande finanza, i movimenti ambientalisti e quant’altro), la situazione deve essere, per così dire, rivisitata per trovare una formula, un programma di politica economica che tenga conto di queste due circostanze. Dobbiamo fare investimenti nelle infrastrutture, nella manifattura, nella ricerca, perché è importantissimo che questi comparti crescano, senza illuderci che ci possano essere degli aumenti occupazionali, mentre invece dobbiamo determinare un aumento occupazionale per garantirci che la manutenzione del territorio, dell’ambiente, il recupero del patrimonio artistico e immobiliare esistente e quant’altro, vadano avanti.
E’ necessario un ritorno alla sovranità monetaria, oppure si può fare restando in uno scenario europeo?
No, nello scenario europeo, noi abbiamo parlato di piano A, che era un incontro fra i vari Paesi, che si mettevano d’accordo per superare i trattati, e affrontare il tema dell’Euro, anche abbandonandolo. Ma a questo piano A io non ci credo perché, in pratica, quelle stesse intese, che sono all’origine dell’Euro, sono per deindustrializzare l’Italia, dannare i paesi latini, ecc…; quindi non si vede perché, quelli che ne hanno avuto dei vantaggi, o meno svantaggi, cioè i paesi del Nord Europa, dovrebbero convenire con noi e aiutarci. Piano B, di cui spesso parlano “Scenari economici” e Antonio Rinaldi e altri, invece sarebbe la fuoriuscita di un singolo paese dal sistema. Questo è possibile, a mio avviso, solo se poi questo singolo paese si appoggia su un’altra potenza internazionale che gli garantisca protezione dalla speculazione finanziaria. Invece io propongo un piano C, e ne parlo appunto nel mio testo “L’economia imperfetta”, in cui noi affianchiamo all’Euro, delle monete complementari, delle monete locali, delle monete fiduciarie, anche di tipo pubblico, sia di tipo privato, sia di tipo pubblico. E piano piano la gente, senza spaventarsi… dell’Euro che c’è, dell’Euro che non c’è, dei risparmi che vanno qua, dei mutui che vanno là, dei crediti che salgono, dei crediti che scendono, cominciano ad utilizzare quest’altra moneta, che essendo moneta cattiva, gira più velocemente, finché poi ad un certo punto usciamo dall’Euro e neanche ce ne accorgiamo.
Abbiamo assistito, dal 2011 in poi, alla progressiva conquista delle democrazie da parte dei mercati e della finanza. Gli stati, i governi, non vanno più a trazione politica, ma a trazione finanziaria (neanche più economica!). Come si esce da questo meccanismo?
Allora, la politica di fine anni ’70, parliamo dopo il rapimento di Moro in Italia, inizio anni ’80, ha mutuato l’idea che lo stato non dovesse più spendere per arrivare alla piena occupazione. Conseguentemente si è appoggiato il pensiero unico nell’economia, e alla fine della corsa si arriva alla conclusione che la democrazia è un qualche cosa di troppo costoso che non ci possiamo più permettere. Come le famose due uova di Margareth Thatcher che andava in tv nel ’77 a dire: “non ci possiamo più permettere due uova col bacon, ce ne possiamo permettere una sola”. Io pensavo che era matta, invece ha vinto le elezioni. Dopodiché siamo andati avanti, ed oggi siamo al punto: oggi siamo a pagare quel prezzo. La democrazia è un prezzo che non possiamo più permetterci. E fra le righe anche le riforme renziane o non renziane portano a questo risultato. Quindi: o c’è una risposta forte da parte della gente, oppure subiremo anche questa circostanza. Ovviamente, perché la democrazia si possa difendere, ci vuole tutta la sovranità: ci vuole la sovranità alimentare, ci vuole la sovranità scolastica, ci vuole la sovranità monetaria, eccetera. Non si può fare democrazia senza sovranità, se no la sovranità rimane a chi ce l’ha, cioè i soldi, il potere e la finanza.

Guarda: “Come ci hanno deindustrializzato, un viaggio che passa da Enrico Mattei e Aldo Moro

Yanis Varoufakis, questo personaggio apparso dal nulla, che sembrava dover salvare le sorti della Grecia e avere tutte le soluzioni in mano. Ha dato battaglia (o così perlomeno è sembrato) nelle sedi europee, poi a un certo punto, prima della vittoria dei “no” al referendum greco, si è dimesso. Che idea ti sei fatto della vicenda?
Prima dell’estate avevo osservato due fenomeni: il primo è che in Grecia si stava sviluppando una moneta complementare, i Civix, i quali consentivano ad una amministrazione che fosse completamente priva di euro di pagare i disoccupati che gli facevano le strade, con questi Civix. Poi apriva un asilo supplementare e diceva ai genitori: “Non mi pagate in euro, mi pagate in Civix”. Dopodiché i genitori dicevano: “Ma che sò ‘sti Civix?”. “Andateli a comprare dai disoccupati”. Allora il genitore dava 50 euro al disoccupato per la giornata di lavoro, per pagare la sua parte della retta del bambino a scuola, e il risultato finale era che un’amministrazione, senza spendere una lira, o meglio un euro, perché non ce l’aveva, aveva risistemato le strade, dato un lavoro e un reddito ai disoccupati e aperto l’asilo nido supplementare. In quel momento il cClub di Roma, cioè l’istituzione più lontana dalle mie idee, mi contatta per fare l’introduzione a un libro di Lietaer, che era il rapporto europeo che si chiama “L’anello mancante”, che sarebbe la moneta complementare. Io dico: “Guardate, vi siete sbagliati, ché chiamate Nino Galloni a fare una cosa del genere?”. Dice: “No, vogliamo te perché tu la pensi diversamente”. Dico: “Benissimo”. Ho scritto questa introduzione. Questo libro viene pubblicato da Andromeda, tradotto in italiano ovviamente, e con la mia introduzione. Poi c’è il progetto di legge che viene depositato, si muovono i grandi potentati finanziari, addirittura la Banca d’Italia. Guarda, è un momento di gran… E lì arriva Varoufakis e propone il piano B: il piano B sarebbe l’uscita dall’Euro della Grecia, che era l’unica cosa che potevano fare i greci per salvarsi. Però non lo preparano bene e qui è la prima pecca del governo greco. Perché una cosa del genere e quindi l’alleanza con la Russia, andava preparata, perché la Grecia non poteva uscire dall’euro così: doveva appoggiarsi alla Russia, e quindi uscire anche dall’Europa. In quel momento, però, Putin sta siglando gli accordi sull’Iran, che è la cosa più importante che è avvenuta in questi mesi; e quindi a un certo punto, tra l’Iran e la Grecia, deve scegliere l’Iran, e i greci si trovano nel casino. Ma la dimissione è successa dopo: quando avendo proposto alla Merkel il piano B come provocazione, che doveva servire per far dire alla Merkel: “Va beh, ragioniamo”, invece la Merkel, molto intelligentemente dal suo punto di vista, dice: “Va bene, uscite, vediamo”. A quel punto è il panico, perché Draghi toglie la liquidità alle banche greche, non ci sono più euro, non c’è la moneta alternativa e ovviamente è Varoufakis che deve lasciare il gioco.
Esiste una via di uscita non capitalistica a tutto questo disastro?
 Sì, esiste: è già cominciata. Noi consideriamo innanzitutto che abbiamo, su 4 milioni e mezzo di imprese, ne abbiamo 4 milioni che non fa profitto, che non segue nessuna regola finanziaria e che esiste unicamente per controllare risorse reali, darsi un lavoro e darsi una dignità. Quindi queste sono già imprese che sono fuori dal capitalismo. Purtroppo questi piccoli imprenditori italiani che sono degli eroi, non hanno una sufficiente consapevolezza di quello che rappresentano a livello mondiale, se riescono a reggere e qualcuno riesce a dargli un’idea, un’ideologia – diciamo così – un’anima, facciamo anche un grande passo verso un collegamento tra lavoratori, disoccupati, studenti, pensionati, imprese, piccole imprese, che è il “blocco” di cui parlava Antonio Gramsci ai suoi tempi, rivisitato e corretto a, ovviamente ,al terzo millennio. Ora, l’economia che può basarsi su questo tipo di approccio, di cui praticamente il profitto è un optional, non è l’obiettivo dell’attività produttiva, è un’economia che parte dal basso, realizza la piena occupazione perché ognuno produce tutto quello che sa fare, attraverso l’ausilio di una moneta locale, una moneta non convertibile. Dopo di che, questa stessa gente esporta la eccedenza. A quel punto l’eccedenza la esporta a un prezzo internazionale arbitrario e quindi è competitiva, incassa in valuta internazionale il controvalore dell’eccedenza e con questo controvalore compera le importazioni necessarie. Quindi questo non è un modello chiuso, è un modello aperto, ma dove c’è un ribaltamento. Oggi devi minimizzare i costi, quindi il lavoro, quindi la difesa dell’ambiente, quindi tutto quanto, per esportare di più. Ed è un modello insostenibile perché non tutti possono esportare di più, in Europa esporta di più la Germania, ma gli altri sono sacrificati. In questo modello invece è il contrario: tu devi produrre di più e poi esporti l’eccedenza. Questi sono i due fondamenti di un modello non capitalistico, una moneta che non è riserva di valore e che non serve per essere guadagnata o risparmiata ma solo per gli scambi, e partire dall’economia locale per esportare le eccedenze e importare in valuta internazionale.
Per realizzare questi obiettivi, quali passi sono necessari?
Ci vuole una forza politica, ci vuole una grande crescita della consapevolezza della Può darsi che questo stia avvenendo all’insaputa dei mass media, dei mezzi di informazione.. Io vedo che sul territorio c’è tanta gente pronta a cambiare le cose, mentre le istituzioni sono sempre più in difficoltà. Ci vorrebbe qualcuno che capisse di più di comunicazione, di informazione. C’è anche la famosa teoria delle 100 scimmie che è abbastanza interessante, no? In base alla quale, oltre a un certo livello, pensieri, idee, capacità tecnologiche e produttive, producono un effetto di “allargamento”, attraverso la cosìddetta “memetica”, che porta a cambiare il sistema. Potrebbe essere l’alternativa sia alle vecchie rivoluzioni sia al sistema elettorale, perché entrambi i modelli sono… io li giudico “un po’ fallimentari”. Bisognerebbe vedere l’elettorato che non ci va, quelli che non vanno a votare che gente è veramente, cioè è gente che si appassionerebbe a una nuova politica o è gente che non gliene frega più niente? Cioè, non lo sappiamo, perché tutti quelli che fanno politica, dicono che vorrebbero ricoinvolgere quelli che non sono andati a votare, perché loro sono portatori di chissà quale messaggio. In realtà a me sembra che la politica stia funzionando in un altro modo: cioè chi ha pacchetti di voti li vede valorizzati dal fatto che la gente non va a votare. Conseguentemente la gente deve essere “schifata” sempre di più dalla politica, di modo che non vada a votare e chi ha pacchetti di voti li vede sempre più valorizzati. Mi sembra un po’ una situazione difficile. La democrazia sta vivendo una crisi senza precedenti da quando è sorta, in tempi relativamente recenti.
http://www.byoblu.com/post/2015/12/01/come-hanno-cercato-di-bloccare-le-democrazie-un-piano-c-per-uscire-dalleuro-nino-galloni.aspx

Nino Galloni

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