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venerdì 18 dicembre 2015

Il concetto di Parresia: la libertà di esprimersi con franchezza



La parresìa - dal greco παρρησία composto di pan (tutto) e rhema (ciò che viene detto) - nel significato letterale è non solo la "libertà di dire tutto" ma anche la franchezza nell'esprimersi, dire ciò che si ritiene vero e, in certi casi, un'incontrollata e smodata propensione a parlare. In questo senso la parresia fu uno dei principi filosofici del cinismo(che propugnava "l'imitazione del cane") come dimostrano gli aneddoti relativi alla figura di Diogene di Sinope, non a caso chiamato "il cane", e al suo modo franco e quasi scorbutico di rapportarsi con gli altri quasi come il cane che abbaia a chi lo disturba.
« [Alessandro] si fece appresso a Diogene, andandosi a mettere tra lui e il sole. "Io sono Alessandro, il gran re", disse. E a sua volta Diogene: "Ed io sono Diogene, il cane". Alessandro rimase stupito e chiese perché si dicesse cane. Diogene gli rispose: "Mi dico cane perché faccio le feste a chi mi dà qualcosa, abbaio contro chi non dà niente e mordo i ribaldi." »
La parresìa quindi assume un significato che va oltre quello di isegoria (da isos = uguale e ὰγορεύω parlare in pubblico) che vuol dire riconoscere a tutti i cittadini la libertà di prendere la parola nelle assemblee pubbliche della democrazia greca antica.
I due termini vengono però spesso confusi come sinonimi: Erodoto usa più volte il termine "isegorìa" con il significato di parresia, mentre EuripideDemosteneIsocrate usano più spesso nello stesso contesto "parresìa" non differenziandolo da isegoria. Lo pseudo Aristotele invece non usa mai isegoria con valore di diritto di parola nelle assemblee pubbliche, ma ne parla solo per i rapporti personali nella sfera privata.

La "parresia" come etica della verità

Michel Foucault in una serie di conferenze tenute all'Università californiana di Berkeley nel 1983,[7] ha trattato il tema della parresia: una parola usata per la prima volta da Euripide nel V secolo a.C. per indicare una nuova virtù: dire la verità. La parola parresia attraversa la letteratura greca sino alle opere della patristica del V secolo d.C. e per l'ultima volta si ritrova in Giovanni Crisostomo. Da allora, come afferma Foucault, questa virtù non compare più e si perde il coraggio di dire la verità.[8]
Foucault rintraccia varie forme di parresia nei drammi di Euripide:
  • la parresia politica che è quella di «di esercitare il potere attraverso il dire-il-vero»;
  • la parresia giudiziaria: pretendere che si dica il vero per ottenere giustizia;
  • la parresia morale: «confessare la colpa che grava sulla coscienza»
« la parresia è un atto direttamente politico che viene esercitato davanti all’Assemblea, o davanti al capo, o davanti al governante, o davanti al sovrano, o davanti al tiranno ecc. È un atto politico, ma sotto un altro aspetto, la parresia [...], è anche un modo di parlare a un individuo, all’anima di un individuo: un atto che riguarda la maniera in cui quest’anima verrà formata.[9] »
Ma la parresia può divenire un ostacolo all'esercizio della democrazia quando essa si confonde con la retorica «...quello strumento con cui chi vuole esercitare il potere non può che ripetere molto puntualmente ciò che vuole la folla, oppure ciò che vogliono i capi o il Principe. La retorica è un mezzo che permette di persuadere la gente ad abbracciare posizioni che sono già le sue...»[10]
Denunciare «questo cattivo funzionamento della parresia nella democrazia ateniese» è il dovere morale che si assume Socrate come riferisce Platone nell'Apologia. Socrate, a rischio della sua vita, rivela, contrariamente a quanto pensa la maggioranza persuasa dalla retorica, come su di lui sono state dette cose non vere come quella di corrompere i giovani e di non credere negli dei della città. Quelli che lo accusano «poco o nulla di vero hanno detto, e voi, invece, da me non udirete altra cosa che la verità»[11], perché il filosofo è colui che dice la verità dimostrandola con il suo comportamento di vita.
In Socrate la parresia filosofica coincide con la vita reale: non è solo una tecnica dialogica, «essa non è assolutamente una funzione politica, ma è necessaria in relazione alla politica»[12]

Per il filosofo «amante della verità» e che «non accetta mai di mentire consapevolmente»[13][14] dire la verità vuol dire praticare la parresia come scelta di vita.


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Parresia (dal greco παρρησίαparresía, composta di πᾶνpān, "tutto", e di ρῆσιςrhēsis, "discorso") letteralmente significa "libertà di dire tutto".
È frequente nel testo greco del Nuovo Testamento dove indica il "coraggio e la sincerità della testimonianza". È stato molto usato nella tradizione cristiana, specie agli inizi, come contrario di ipocrisia[1].
Dal momento che l'esercizio di questa libertà comporta inevitabilmente scontri e resistenze, il significato del termine si allarga anche a quello di imperturbabilità,sincerità[2]. Nelle fonti cristiane ha due significati fondamentali: franchezza nel parlare, e fiducia nel giudizio.[3]

Nell'Antico Testamento

L'uso del termine e degli altri della stessa famiglia è piuttosto raro nell'Antico Testamento dei LXX: compare solo dodici volte come sostantivo e sei volte come verbo:

Nel Nuovo Testamento

Nel Nuovo Testamento il sostantivo compare 31 volte. È la dinamica ordinaria della vita di chi segue Gesù ed è quello che Gesù chiede ai suoi. La parresia, prima personale e poi in assemblea diventa l'ultima istanza di recupero della dinamica con il fratello: in Mt 18,15-17 la correzione fraterna è resa possibile proprio dalla franchezza nel parlare.

Nel corpus giovanneo

Negli scritti attribuiti a Giovanni[4] il sostantivo compare 13 volte.
Giovanni afferma che Gesù opera παρρησίᾳ, parrēsía (dativo), e cioè che la sua predicazione si svolge nella sfera pubblica (7,26; 11,14.54; 18,20; cfr. Mc 8,32), però in un senso diverso da quello che intendevano i suoi fratelli (7,3-5): Gesù parla apertamente e senza sottintesi, cioè non solo per allusioni (11,14; cfr. 10,24-25) o inparabole enigmatiche (cfr. 16,29).
C'è da dire però che Gesù si esprime con franca apertura solo nei confronti del credente (16,25-29); al mondo egli parla in parabole, che il mondo non può capire, poiché non vive nella fede.

Negli Atti

Negli Atti degli Apostoli il sostantivo compare 5 volte, il verbo 7 volte.
Gli Atti mostrano come alla parrēsía di Gesù corrisponde la franca testimonianza degli Apostoli: essi, soprattutto PietroPaolo, ma anche altri, si presentano eannunciano con tutta franchezza le opere di Dio davanti a giudei e pagani (2,29; 4,13; 9,27; ecc.).
La franchezza degli Apostoli suscita meraviglia (4,13), divisione (14,3-4), persecuzione (cfr. 9,27).
Tale atteggiamento non è un qualcosa che l'uomo possa produrre da sé: esso è frutto dello Spirito Santo (4,31).

In San Paolo

Il sostantivo compare 8 volte in Paolo, il verbo solo 2 volte.
Paolo vede nella franchezza del testimone l'attuazione dell'autentica predicazione dei misteri di Dio (Ef 6,19) e la glorificazione di Cristo con l'anima e il corpo (Fil1,20).
La franchezza deve essere mantenuta in ogni momento, anche nella prigionia (cfr. Ef 6,20): per questo parrēsía diviene in certi casi sinonimo di audaciacoraggio(1Ts 2,2): è un coraggio però che all'uomo è dato da Dio (ibid.), o in Cristo (Fm 8).

http://informazioneconsapevole.blogspot.it/2015/12/iparresia-la-liberta-di-esprimersi-con.html

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