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lunedì 14 novembre 2016

Un muro che esiste già

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Uno dei punti chiave della campagna elettorale sui quali si è accanita l’anti-propaganda del mainstrem mediatico internazionale è la costruzione del famoso muro di separazione sul confine tra gli Stati Uniti ed il Messico, secondo una aggressiva logica di limitazione dell’immigrazione clandestina verso il Paese a stelle e strisce. Proprio oggi è stata infatti diffusa la notizia di alcune dichiarazioni del nuovo Presidente americano sull’espulsione dal Paese di oltre tre milioni di immigrati clandestini, così come sono stati fatti dei riferimenti circa la realizzazione di questo muro.
                   
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La realtà dei fatti è abbastanza diversa rispetto a ciò che viene sostenuto dai detrattori del tycoon americano. La costruzione delle barriere lungo la frontiera tra Messico e Stati Uniti risale al 1994, sotto la presidenza di Bill Clinton, articolata in tre diverse operazioni messe in atto nei tre stati americani che condividono i 3140 km di frontiera con il Messico: Gatekeeper in California, Hold-the-Line in Texas e Safeguard in Arizona. Secondo gli ultimi dati di riferimento, la lunghezza delle barriere fisiche ad oggi presenti lungo il confine raggiungerebbe i 930km, cui si aggiungono altre aree lungo le quali sono presenti telecamere e sensori elettronici costantemente monitorati dalla US Border Patrol, la forza di polizia che si occupa della sicurezza ed impenetrabilità dei confini continentali americani.
Poco più di dieci anni dopo il piano di Clinton, il governo repubblicano ha avvertito la necessità di incrementare le misure di sicurezza lungo quello che i messicani chiamano il “Muro della Vergogna”. Il deputato californiano Duncan Hunter ha avanzato la proposta dell’allungamento di tale barriera, per un totale di 1123 km da San Diego, in California a Yuma, in Arizona. La proposta è stata revisionata diverse volte prima di essere approvata in via definitiva da entrambe le camere nel dicembre 2006, sotto il nome di “Secure Fence Act”, nome in codice della proposta di legge HR 6061, e firmata dall’allora Presidente George W. Bush. L’opera di ampliamento è andata avanti per circa 4 anni, quindi anche sotto la presidenza Obama, senza che nessuno si sia mai preoccupato di sollevare la questione del trattamento subito dai clandestini che tentassero, spesso invano, di valicare la frontiera per accedere negli Stati Uniti. Migliaia di arresti e decine di morti ogni anno, ma soltanto dopo la campagna elettorale di Trump la stampa si è posta la questione degli ispanici immigrati o potenziali tali. La frontiera, infatti, è volta a contenere il flusso di cittadini centroamericani che, attraverso il Messico, tentano di giungere in America settentrionale: tra essi guatemaltechi, honduregni, salvadoregni e nicaraguensi.
La questione, pur ignorata, è lampante agli occhi dell’osservatore attento. Uno degli esempi più clamorosi di questa separazione, già esistente, è la città di Nogales, divisa tra la contea di Santa Cruz in Arizona e lo stato di Sonora in Messico, tagliata in due da questa barriera alta quattro metri e culminata da filo spinato.
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La città è tristemente nota poiché, oltre ad essere di per sé vittima fisica di questa separazione, si trova nell’area che registra la maggiore incidenza di morti e arresti nel tentativo di attraversamento del confine. Dati ufficiali riportano di oltre 5000 persone morte nel tentativo di attraversamento, contro le centinaia di migliaia di arresti lungo i punti sconnessi di questa barriera, il 97% dei quali lungo la zona sud-occidentale del confine, in corrispondenza del confine di San Diego/Tijuana tra la California e la Baja California.
fonte http://www.occhidellaguerra.it/un-muro-che-esiste-gia-ma-incolpano-trump/

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